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Martedì, 7 Febbraio 2023
Cronaca

Il procuratore Lombardo: "Nel periodo stragista storia mafie e Forza Italia procedono di pari passo"

Il magistrato della Dda reggina, durante il processo "Ndrangheta stragista", ha riscostruito le rivendicazioni firmate Falange armata e il loro collegamento con i fatti tragici che si sono registrati fino al 1994

“Nel periodo storico contrassegnato dalla strategia stragista la storia di Cosa nostra e ‘Ndrangheta procede di pari passo con la storia politica di Forza Italia”. Non ha dubbi Giuseppe Lombardo, il procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria impegnato nell’ultimo intervento della sua requisitoria finale nell’ambito del processo “Ndrangheta stragista”, dietro quel periodo buio vi fu una cabina regia occulta, dentro la quale operarono mafiosi, politici, pezzi deviati della massoneria e schegge impazzite dello Stato.

Menti raffinatissime che si nascosero dietro la sigla Falange armata per mandare messaggi diretti alle istituzioni repubblicane e ai vertici della “mafia visibile”. Decine di rivendicazioni, diverse anche non attendibili, per la ricostruzione delle quali, come sostenuto da Giuseppe Lombardo, “è stato fatto un lavoro impressionante da parte di grandissimi professionisti, perché lo Stato è formato da grandissimi professionisti come quelli che lavorano per il Servizio antiterrorismo, la Dia, la Squadra mobile reggina o lo Sco, che hanno dato grande contributo alla ricostruzione processuale, per dire che siamo tutti forze ordine e, soprattutto, per dire che quelle vittime del 1993 e 1994 non sono morti invano e la cui morte insanguina la pelle tutti noi”.

Durante la sua requisitoria odierna, il pubblico ministero si è intrattenuto molto sulla sigla Falange armata, per ricostruire una storia che ha avuto inizio nel 1990 e che ha consumato il suo, per ora, ultimo capitolo nel 2013. 

Anno in cui, dopo un silenzio di oltre diciannove anni, la sigla Falange armata torna agli onori della cronaca con un messaggio rivolto a Totò Riina. Il “capo dei capi”, recluso nel carcere di Opera, stava parlando troppo e chi stringeva in pugno la penna di Falange armata decise di scrivere al boss siciliano. 

“Dopo diciannove anni di silenzio - ha detto Giuseppe Lombardo - Falange Armata rinasce dalle sue ceneri per dire a Totò Riina chiudi quella maledetta bocca, i tuoi familiari sono liberi, al resto ci pensiamo noi. Mi chiedo: c’è qualcuno al mondo che è capace di minacciare Totò Riina, strano, pensavo che, come ci hanno raccontato in maniera fasulla e deviata, non ci fosse nessuno sopra Totò Riina”.

E, invece, sopra Riina, sopra i mammasantissima di Cosa nostra e ‘Ndrangheta per l’ufficio di Procura c’era qualcun altro, c’era quella “mafia unica” che ordinò le stragi per dare vita ad una strategia terroristico-politica finalizzata a “ricattare le istituzioni di questo Stato e servita a creare un clima nel Paese finalizzato a favorire il gruppo segreto che aveva creato questa sigla, il clima che si voleva creare era di terrore e il clima creato fu quello di terrore”.

L’addebitare a Falange armata quella stagione sanguinaria, per il pubblico ministero, aveva un duplice ordine di ragioni: “la prima era scontata e strumentale rispetto alla seconda: quella di far piombare il Paese in clima un terrore che generasse instabilità politica e sociale; la seconda ragione era quella, insita in una strategia raffinatissima che passava anche dalla necessità delle mafie di non perdere il consenso costruito in molti anni, di far ricadere tutto sulla sigla Falange armata”.

Di spostare l’attenzione, di fare “falsa politica”, di agire per destabilizzare lo Stato senza apparire, trasferendo l’indignazione sociale sul terrorismo per continuare a perseguire le proprie “sordide, vomitevoli finalità”. Una strategia che finì nel 1994, quando Giuseppe Graviano confidò a Gaspare Spatuzza: “abbiamo il Paese nelle mani”.

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