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Lunedì, 20 Maggio 2024
Le storie

Le famiglie solidali accanto alle madri coraggio: "Come mamme o zie, siamo persone su cui contare"

Il progetto Ali delle Libertà del centro comunitario Agape raccontato dalle volontarie che affiancano le donne sole con figli

Un’amica che porti il figlio a scuola in situazioni di impedimento, zie o sorelle a cui chiedere aiuto per un’emergenza: la mancanza di familiari e persone su cui contare è una delle principali difficoltà delle donne che devono crescere figli da sole, soprattutto se sono immigrate e tutti gli affetti li hanno lontani, nei loro paesi.

Come ha sottolineato Mario Nasone, presidente del centro comunitario Agape, sono donne spesso in condizioni economiche di disagio per lavori sottopagati o spese di alloggio alte e senza tutele perché in nero. Fattori che nella cura dei figli impediscono loro di avvalersi di baby sitter o asili privati, di acquistare libri, cancelleria per la scuola e persino pannolini. Pensando a questi sacrifici quotidiani, sempre con il rischio di non farcela, a Reggio Calabria si è costituita una rete di famiglie solidali, parte del più ampio progetto Ali della Libertà di Agape. L’intervento complessivo, coordinato da Giusi Nuri, presidente della cooperativa SoleInsieme, ha come obiettivo l’autonomia delle madri sole, costruita insieme a varie figure professionali in collaborazione con Fondazione per il Cambiamento e Action Aid. Nell’azione sono coinvolti anche volontari che, singolarmente o in gruppo, avranno una ‘mission’ basata appunto sulla solidarietà: saranno amici, genitori o nonni, supportando umanamente e con mansioni pratiche le famiglie mononucleari portate avanti da donne.

Le storie delle donne e il racconto delle volontarie: "Entriamo nelle loro vite in punta di piedi"

Abbandonate dai compagni, vittime di violenza o di discriminazioni, in Agape le definiscono ‘madri coraggio’ e in questa fase sono state individuate cinque donne residenti a Reggio, affiancate da soggetti che contribuiscono già da anni al sostegno di donne e minori svantaggiati nel contesto delle attività del centro comunitario. Alcuni hanno esperienze pregresse di affido, e per loro il modello delle famiglie solidali è un altro modo di condividere amore.

Luisa Aloi, insegnante, è entrata in questo mondo come volontaria a Casa Reghellin. Lì nel 2016 ha conosciuto una giovane nigeriana arrivata con uno sbarco, incinta. Attraverso Agape Luisa si è resa disponibile all’accompagnamento della donna e poi questo impegno si è trasformato in affido consensuale del piccolo. “Ho assistito al parto e sono stata madrina del bambino – racconta Luisa - Con la mamma si è creato un rapporto di fiducia, tanto che lei veniva a casa mia a pranzo ogni fine settimana: quando si è accorta che da sola non riusciva ad occuparsi del figlio, abbiamo deciso di avviare un affido diurno, durato un anno. Terminato il periodo lei si è trasferita fuori, ma per tutti noi era diventata un membro della famiglia a pieno titolo, ed è questo che continuiamo a sentire anche oggi”.

Per il progetto Ali della Libertà Luisa sta ora affiancando una donna straniera che vive da molti anni in città ed era sposata con un reggino. Dopo la morte del marito è rimasta sola con cinque figli tutti minori, e pur lavorando non è in grado di far fronte al bilancio familiare. Una condizione di incertezza che ha creato problemi anche ai ragazzi, sfiorando l’abbandono scolastico. “Sono situazioni nelle quali entriamo in punta di piedi per guadagnare cautamente la loro fiducia – continua Luisa – siamo davvero come le zie o nonne del passato, vogliamo far capire a queste donne che se sorge un problema troveranno qualcuno a sostenerle. Qualsiasi problema, anche cose piccole: può esserci l’esigenza di riprendere i figli all’asilo, o il bisogno di compagnia nelle feste, per non trascorrerle in solitudine. Sapere che c’è qualcuno pronto a sorriderti e dire che va tutto bene è il vero senso di avere una famiglia alle spalle, che a queste donne manca”.

Il ruolo delle famiglie solidali è anche di prevenzione di eventuali comportamenti antisociali: “La solitudine può condurre a scelte sbagliate che poi danneggiano i bambini; noi ci pensiamo molto, ad esempio monitoriamo le assenze a scuola dei ragazzi. Lo sconforto di una donna che affronta tutto da sola è pericoloso, il supporto emotivo diventa fondamentale per non perdere la speranza e superare ostacoli che sembrano insormontabili”.

Il collante è la rete che aggrega le famiglie: “Ci confrontiamo e ci aiutiamo tra noi, soprattutto quando c’è da fare qualcosa di impegnativo. Ad esempio, io sto organizzando il battesimo di due ragazzine, ed è un lavoro nel quale gli altri mi stanno dando una mano. E’ importante – spiega Luisa – far conoscere questa scelta di vita: a Reggio esiste tanta povertà, è un modo per fare ognuno la propria parte cooperando, così dove non arriva uno subentra l’altro. Vorrei che questa rete si allargasse, perché è un’opera che arricchisce: quando ho iniziato ero convinta di offrire a chi ha bisogno, invece sono stata io a ricevere tantissimo. Quelle giovani donne e i loro bambini sono come figli miei, e ho trasmesso alle mie figlie questo messaggio di accoglienza dell’altro senza nessuna differenza”.

L'appello di Lucia: "Allarghiamo la rete, aiutare è un atto di giustizia verso i bambini"

L’adesione al progetto avviene tramite il centro Agape. Non sono richieste competenze specifiche, basta la volontà di aiutare, ma è previsto un percorso formativo con esperti e assistenti sociali.

Lucia Palumbo, responsabile della Caritas di Ravagnese, si sta occupando di tre madri che già supporta da tempo, ma è pure, da trent’anni, una veterana dell’affido. Ne parla con emozione e orgoglio: “Ho fatto anche pre-accoglienza per i migranti prima che in città esistesse un centro, e non c’è differenza tra minori e donne. Per me se si aiuta un bambino è naturale farlo anche per la madre”.

Un corredino per il nascituro di una ragazza madre, una richiesta di aiuto. Il primo affido diurno di Lucia risale a quando aveva 17, all’epoca fidanzata con quello che sarebbe diventato suo marito. “Vedevo un nonnino sempre da solo con la nipotina – ricorda - e provavo tanta tenerezza, percepivo una difficoltà. La ragazzina, che viveva in Lombardia, aveva perso la mamma ed era stata mandata a Reggio per stare con i nonni, perché lì al nord non aveva più nessuno. Iniziai a tenerla con me per qualche ora, per aiutare i nonni anziani. Adesso è una donna adulta, vive fuori ed è sposata ma continuiamo a sentirci. Dopo tanti anni io continuo ad essere per lei un punto di riferimento”.

Per Lucia famiglie solidali sono pure le parrocchie, nelle quali il supporto alle madri sole avviene già dando la possibilità di lasciare i neonati mentre le donne sono al lavoro.

Attiva anche nel gruppo organizzativo del progetto, sta aiutando donne con vissuti molto complessi, di cui manterremo la privacy usando nomi di fantasia. C’è Aisha, marocchina che si avvale di Lucia anche per seguire l’andamento scolastico dei figli (“tutte le scuole dei ragazzi hanno anche il mio numero”, spiega); Elena, vedova con due figli; e Zina, giovane nigeriana che ha visto dileguarsi il padre dei suoi bambini, lasciandola ridotta in estrema indigenza.

Zina considera Lucia come sua madre, e ha iniziato a chiamarla proprio così, mamma. “Quando ci siamo conosciute – racconta – aveva un figlio piccolo e uno in arrivo, aveva problemi anche per effettuare gli esami e le pratiche della gravidanza. Dopo la nascita della bimba le sono stata accanto, c’era bisogno di tutto, dalle salviette ai pannolini. Abbiamo anche battezzato la piccola, perché lei è cristiana. Ha vissuto il periodo dell’allattamento con qualche disagio, si sente un po’ oppressa sempre da sola con i figli e vuole spazi di libertà, ma credo non ci sia nulla di male e non si debbano emettere giudizi alla leggera… sarò felice di darle sollievo tenendo la piccola”.   

Lucia Palumbo è cresciuta in una casa con la porta aperta a tutti e ha assorbito la mentalità dell’accoglienza della madre, sempre disponibile ad aiutare. La sua famiglia è composta da marito e cinque figli, di cui una adottiva e un’altra come se lo fosse. Storie di amore e generosità. Una donna straniera le chiese aiuto perché quella famiglia si occupassi della sua bimba di pochi mesi. “A 12 anni l’abbiamo adottata – dice Lucia – ma ho voluto che fosse un'adozione mite perché, anche se la bambina era sempre stata con noi, la madre continuava a vederla. Non sarebbe stato giusto diversamente. Poi ci sono anche altri figli di questa donna che io ho seguito e oggi sono diplomati con ottimi voti… non l’ho mai lasciata da sola ed è riuscita anche a diplomarsi come ooss, forse non sarebbe stato possibile se avesse dovuto crescere una figlia neonata”.

L’altra figlia non biologica è stata in affido da quando aveva 12 anni, oggi ne ha 30. Non è legalmente adottata, ma questo non è mai stato importante. “Mi avevano scoraggiata – dice Lucia – perché lei ha qualche problema di salute e mi avvisarono che non sarebbe stato facile, pensavano che avrei rinunciato. A 18 anni avrebbe dovuto andare via, invece siamo qui: non l’ho mai trattata da malata, anzi spesso è lei ad aiutarmi. Oggi è maggiorenne e l’affido è concluso, ma non vorrei mai che lei perdesse una famiglia, come la nostra è per lei da tanti anni”.

Lucia considera la solidarietà un dono di Dio e non le piace essere elogiata per quello che fa. “C’è chi mi definisce santa ma non è affatto vero, io sono piena di difetti – dice scherzando – da altri sono forse considerata pazza. Per me la predisposizione ad aiutare ci viene data dal Signore, non è un merito ma frutto della fede”.

Per questa supermamma e nonna che ha la fortuna di avere figli e nipoti vicini (“vivono qui e la nostra casa a pranzo si riempie”), il valore del progetto di Agape è nel coinvolgimento del tessuto sociale, nel dare e avere reciprocamente. “Ci sono tante persone in città – dice – che soffrono e si sentono svuotate perché i figli lavorano fuori. Affiancare queste donne e i loro bambini fa bene anche a loro, per ritrovare un ruolo affettivo e di cura, che sia da mamme o nonne”.

Se ci si addentra nel microcosmo delle donne immigrate, può essere necessario fronteggiare questioni burocratiche e legali: “Io sono un po’ ribelle – commenta Lucia - questi aspetti per me passano in secondo piano…se vedo qualcuno in difficoltà intervengo senza pensarci. Le donne straniere non hanno familiari, sono completamente sole ed è prioritario aiutarle. Questo progetto serve a rassicurarle che in caso di problemi noi ci saremo”.

Il messaggio che emerge è di aprire il cuore e ascoltarlo, tacitare ogni tentazione giudicante nei confronti delle madri coraggio, che sono bersaglio di critiche e sentenze moraliste. “A me non interessa quello che fanno gli adulti – conclude Lucia – aiutare è un atto di giustizia verso i bambini, che non hanno scelto di trovarsi in certe situazioni. Dicerie e chiacchiere sui comportamenti delle donne sono malevoli e inutili…se invece di sparlare si offrisse supporto, tante tragedie familiari che leggiamo con dolore nella cronaca non accadrebbero. Dobbiamo fare rete attorno alle madri e i loro figli”.

  

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