Mercoledì, 17 Luglio 2024
Lo scandalo

Green Pass falsi al centro medico, in 65 rischiano il rinvio a giudizio

Lo scandalo dei certificati verdi fasulli emessi da un poliambulatorio di Treviso era scoppiato nell'aprile di quest'anno. Fra gli indagati anche alcuni reggini

A cinque mesi e mezzo dalla chiusura delle indagini la Procura di Treviso si appresta a chiedere il rinvio a giudizio per le 65 persone (residenti nelle province di Treviso, Padova, Reggio Calabria, Pordenone, Venezia, Bolzano, Bologna, Asti, Salerno, Pescara, Napoli, Alessandria, Milano) che avrebbero ottenuto presso il poliambulatorio "Salute e Cultura" di Fiera un falso Green Pass per evitare il vaccino. Tra loro figura anche l'ex prefetto di Treviso Maria Augusta Marrosu.

La stragrande maggioranza degli indagati, fra cui un famiglia molto nota a Treviso perché proprietari di pizzerie nell'hinterland del capoluogo, non avrebbero esternato ai loro legali l'intenzione di chiedere riti alternativi (il processo in abbreviato o il patteggiamento) e preferirebbero invece affrontare il giudizio con un procedimento ordinario.

A cinque persone viene contestata l'associazione a delinquere finalizzata al falso ideologico. Si tratta di Marzia Carniato, all'epoca dei fatti direttore sanitario del poliambulatorio “Salute & Cultura”, Elisa Finco, biologa trevigiana, nipote della Carniato, responsabile del laboratorio di biologia dove venivano effettuati i tamponi del poliambulatorio, e Jessica Possamai, un’infermiera libero professionista di Roncade, che prestava la sua attività sia al poliambulatorio che in qualche farmacia. Gli altri due sono Antonio Bruscaglin, imprenditore e marito della ex direttrice e Alessasandro Brunello, che è il compagno della Finco.

L'indagine aveva preso inizio quando durante un controllo a campione per le verifiche sui Green pass i carabinieri del Nucleo antisofisticazione si accorgono che al poliambulatorio di Fiera alcuni certificati che attestavano la positività al virus insieme ad altri che aveva decretato la guarigione dal Covid erano stati firmati da Carniato o da Possamai in un periodo in cui le stesse avrebbero dovuto essere a casa in malattia proprio perché positive loro stesse al virus.

È da quel preciso momento che scattano le verifiche più approfondite del Nas, che avrebbero scoperchiato il bubbone. Gli esami su alcune decine di campioni di test rapidi o test molecolari, conservati nei laboratori, effettuati dal Ris di Parma che realizzano che effettua un’analisi genotipica dei tamponi, scoprono che su un campione complessivo di 50 provette il Dna estratto appartiene soltanto a cinque persone. Praticamente una decina di persone, positive sulla carta, avevano lo stesso Dna riconducibile allo stesso individuo.

L'inchiesta avrebbe inoltre svelato che erano state prodotte false certificazioni scaricando dalla rete dei Qr code di ignari cittadini, che venivano distribuiti nel mercato "no Vax", consentendo l'ingresso in locali pubblici, teatri e cinema che al tempo erano sottoposti alle restrizioni.

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