Mercoledì, 17 Luglio 2024
Verso il grande evento

A dieci anni dal primo Pride, Reggio Calabria ha ancora bisogno dell'onda arcobaleno

Conto alla rovescia per la manifestazione reggina per i diritti Lgbtquia+ programmata per il 27 luglio, che quest’anno rivendica la sua importanza per la città. L'intervista di ReggioToday a Michela Calabrò, presidente Arcigay Reggio Calabria I Due Mari

A poco meno di venti giorni dall’ormai tradizionale appuntamento con il Reggio Calabria Pride, programmato per il 27 luglio, ReggioToday ha testato gli animi in vista di quello che si preannuncia essere un evento da non perdere. Quest’anno, infatti, la parata Lgbtqia+ compie dieci anni dal primo Pride nella storia calabrese.

Il 19 luglio 2014, per la prima volta nelle strade della città sventolavano le bandiere arcobaleno, al grido di: “Io ci sono”, questo lo slogan della campagna pubblicitaria ufficiale del Calabria Pride di quell'anno, si rivendicava il diritto di metterci la faccia ogni giorno, per la tutela e la difesa dei diritti di tutti e tutte. In un contesto sociale, sicuramente differente da quello di adesso, l’ondata arcobaleno mise a segno il primo dei suoi punti contro i pregiudizi, anche qui nel profondo Sud. 

La manifestazione della scorsa edizione ha messo in evidenza cruciali temi di attualità, come i diritti delle coppie omogenitoriali e il superamento della legge 164 per i percorsi di affermazione delle persone trans. Nel suo decennale, il Reggio Calabria Pride non solo celebra i progressi fatti, ma si pone anche come promemoria delle battaglie ancora da vincere. Questa del 2024, dunque, sarà un momento per riflettere su quanto sia stato fatto e su quanto ancora resti da fare per garantire a tutti, senza distinzione, i diritti che ognuno merita. 

Ma è davvero cambiato qualcosa nella nostra città? Abbiamo chiesto alla presidente dell'Arcigay Reggio Calabria I Due Mari, Michela Calabrò, tra una pausa e l’altra di una settimana cruciale per l’organizzazione dell’evento, se c’è stato davvero questo cambiamento e con quale spirito si sono preparati per festeggiare questo importante traguardo. 

Reggio Calabria Pride 36

Senza giri di parole, caratteristica che la contraddistingue, Michela Calabrò ammette candidamente che organizzare il Pride, quest’anno è stato un azzardo: “Negli ultimi due anni, è stato estremamente complesso dal punto di vista politico ed istituzionale, organizzare la manifestazione; intanto perché il bando dell’Estate reggina arriva sempre o quasi a stafione inoltrata e, quest’anno, il bando scadeva il 30 giugno. Questo complica sempre l’organizzazione di un evento imponente come il Pride. Sono state fatte una serie di valutazioni che ci hanno spinto a partecipare e realizzarlo, anche quest’anno.

La prima riflessione, ci ha portati a capire che in città serve ancora organizzare un Pride. In realtà – tiene a specificare Calabrò - serve ancora  organizzare questi eventi nel Sud Italia per arricchire l’ondata nazionale. Altra motivazione, è ovviamente legata alla ricorrenza del decimo anniversario dal primo Pride in Calabria”.

Quello del 2014 fu un Pride a carattere regionale organizzato dai due comitati esistenti all’ora: arcigay Cosenza e arcigay Catanzaro (quest’ultimo scioltosi qualche anno dopo), Reggio fu la città scelta per organizzare l’evento.

Oggi, stesso luogo, ma una condizione differente, infatti, come spiega ancora la presidente: “Arcigay Reggio Calabria con  arcigay Cosenza, abbiamo deciso di lavorare come singoli comitati, quindi il Pride di quest’anno, non è un Calabria Pride ma un vero e proprio Reggio Calabria Pride che festeggia quest’anniversario”.

Perché è ancora importante celebrare il Pride al Sud?

“Ci inseriamo a livello sia nazionale che territoriale in un contesto estremamente complesso. A livello locale, viviamo con estrema fatica la poca cooperazione che si sta creando tra il tessuto associativo e quello istituzionale.

Riusciamo a fare delle cose ma sempre a camere stagne e ciò non permette una fluidità dell’elaborazione politica. Come si dice da noi: ogni uno se la canta e se la suona. Mentre, per quanto riguarda il contesto nazionale è evidente, anche nelle recenti europee,  la grande spaccatura sui temi Lgbtqiq+. Esistono interi partiti e personaggi che hanno basato il loro percorso politico, su una campagna di odio contro la comunità.

Per quanto mi riguarda, il mio percorso di attivismo, su questa domanda continuo a cambiare risposta, non in maniera incoerente, ma perché l’elaborazione politica mi porta a cambiare visione rispetto a ciò che avviene. Premesso che fare il Pride, è importante nella sua totalità; quindi è importante farlo sia nelle grandi città cosi come nelle piccole periferie". 

Al Sud perché?

"Perché assume un significato diverso se il Pride viene costruito con i contesti territoriali. Ovvero, se in alcune città è importante realizzare il Pride concentrandolo completamente all’interno della comunità e con le associazioni che si occupano di questo, come le associazioni di settore; nel Sud Italia dove queste associazioni di settore Lgbtqiq+ sono poche e la comunità visibile è poca,  anche per via dell’abbandono territoriale, è ovvio che non basta quel tipo di elaborazione con la comunità, perché sarebbe una bolla estremamente ristretta. 

Mentre in una città come Milano solo di gruppi sport Lgbtqia+ (squadre di calcetto di bowling ecc.) se ne contano almeno una cinquantina, a Reggio Calabria si contano solo due associazioni e non sportive.

Nel Sud Italia, mancando questi elementi, per questo diventa importante il lavoro con la città e con la comunità; il problema in questo momento della città di Reggio Calabria è che sembra una assopita. Una città dormiente soprattutto dal punto di vista dell’elaborazione politica. Forse perché siamo estremamente disillusi rispetto al fatto che la politica possa cambiare le cose. Io stessa, in questo momento faccio parte di quelle persone che stanno attraversando un momento, nel mondo dell’attivismo, di completa disillusione”

Per questo il Pride ha rischiato di non realizzarsi?

"Questo è uno dei motivi che mi avevano spinta a non fare il Pride quest’anno. Un’affermazione faticosa da ammettere – confessa Michela Calabrò - ma per onestà intellettuale lo devo dire; se oggi il Pride si fa, è perché a insistere sono state le ragazze più giovani e il gruppo delle drag che ha spinto tantissimo.

Io no, io ero proprio demotivata, perché ritengo che in questo momento lavorare con la città è difficile e fare questo evento, ci avrebbe tolto energia. Però,  in realtà, quando si attiva la macchina ti rendi conto che anche i piccoli confronti, anche se poco partecipati rispetto a tanti anni fa, questo è un dato di fatto, ti arricchisce e un pizzico di entusiasmo te lo fa ritrovare.

È importante fare il Pride nel meridione perché, qui, mancano altre occasioni per potersi confrontare su questi temi e far sì che il Pride diventi un momento di incontro e confronto. Gli uffici della questura, del Comune e altri enti coinvolti nell’organizzazione devono confrontarsi con noi ed è proprio in queste occasione, in cui ci sono scambi di idee e opinioni che, la nostra associazione, ha l’occasione di farsi conoscere e dialogare con le istituzioni".

Le battaglie da affrontare sono ancora molte e il Pride rappresenta il momento ideale per abbattere certi muri; come quelli che impediscono molti di denunciare le aggressioni e discriminazioni subite. La Calabria non figura nell’elenco delle regioni del Sud che denunciano atti di omofobia; non perché non esistano, come conferma la stessa presidente di Arcigay Reggio Calabria I Due Mari, ma perché non essendoci una legge, molti casi è difficile riconoscerli come atti omofobi e denunciarli come tali.

Il rischio è quello di far passare il Sud come quel luogo pieno di pregiudizi e retrogrado. Per questo, eventi come il Pride, che lo scorso anno ha registrato 2 mila partecipanti, devono essere sostenuti e non ostacolati. Anche da qui si misura la qualità di una città e della comunità.
 

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