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Il sassofonista Watson

Il sassofonista Watson

Reggio in Jazz, chiusura in grande stile e standing ovation per il sassofonista Watson

Il grande musicista registra il sold out ed entusiasma il pubblico del Teatro Metropolitano nella kermesse jazzistica promossa dall'associazione Naima

Quando il suo quartetto torna in scena per il primo bis e intona la famosissima Moanin’, scritta nel ’58 dal pianista Bobby Timmons per il mitico gruppo di Art Blakey, i Jazz Messengers, di cui lo stesso Timmons faceva parte, il pubblico è già in piedi per il grande sassofonista Robert Michael Watson jr., meglio noto come Bobby Watson, che ieri sera ha chiuso l’undicesima edizione di Reggio In Jazz col suo live al Teatro Metropolitano di Reggio Calabria.

Profilo e modo di fare on stage che per molti versi ricordano un altro grande pilastro del sax su scala mondiale come Sonny Rollins, Bobby Watson è stato a sua volta per lunghi, intensi anni partner in note del mitico batterista Art Blakey quale componente di vaglia dei suoi Jazz Messengers, di cui raccogliendo il testimone del grande Benny Golson, fu pure il direttore musicale dal 1977 al 1981.

E il sassofonista di Lawrence è riuscito a fare rapidamente sold out per la sua attesa esibizione, ma al contempo a stregare l’esigente pubblico reggino, accompagnato sul palco del Metropolitano da tre valenti ed esperti musicisti: il pianista Domenico Sanna, il contrabbassista Vincenzo Florio e il batterista Marco Valeri.

"Per me, è come un ritorno a casa", aveva confidato Watson poco prima del live: in Calabria infatti aveva già suonato tempo fa, con “giganti” del jazz del calibro dello stesso Blakey e George Coleman. Dopo l'introduzione di un emozionato Peppe Tuffo, presidente dell’associazione Naima, promotrice della kermesse jazzistica, che ha fatto ammenda coi tanti concittadini appassionati di musica purtroppo rimasti fuori a causa del tutto esaurito, Bobby Watson ha sùbito dato prova della sua maestria con scale vertiginose, sentitissimi assoli, citazioni celebri (Misty) o spiritose (The Sailor’s Hornpipe di Sammy Lerner, ovvero il tema musicale che contribuì alla fortuna del cartoon Braccio di ferro o, se preferite, “Popeye”).

Watson ha rincorso e offerto un’emozione dietro l’altra con la coralità di Sweet Dreams, in cui anche Sanna ha dato dimostrazione del suo talento improvvisativo. E soprattutto, introdotto dal contrappunto contrabbassistico di Florio, "il brano che nell’85 ha cambiato la mia vita", come l’ha definito dal palco:

Appointment in Milano, intensa e divertente al tempo stesso, composizione da cui nacque il legame a doppio filo col nostro Paese.
Dalla stessa incisione “italiana” di 34 anni fa per Red Records, immediatamente dopo è la volta di una ballad dolcissima: fra tom-tom e timpano, il batterista Valeri impugna le mazze per scandire il tempo di Love remains, “l’amore resta”. Un brano ispirato a una grande coppia, Nelson e Winnie Mandela, e che Watson dedica così come l’intera esibizione alla moglie Pamela Baskin, con cui il sassofonista forma un’affiatatissima coppia artistica, visto che la consorte “Pam” – sua compagna di vita ormai dal 1971.

Chiusura con un generoso duplice bis: la scoppiettante reinterpretazione di Moanin’ durante la quale Watson si e infine E.T.A. (sigla che sta per Estimated time of arrival, “tempo stimato d’arrivo”), una sorta di “variazione sul tema” della coltraniana Lazy Bird.

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