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Domenica, 25 Settembre 2022
Cronaca

ReggioNonTace conclude gli incontri estivi #primal'umanità con Fiammetta Borsellino

La figlia del magistrato, ucciso il 19 luglio 1992, attende da 27 anni la verità sulla morte del padre e gira l'Italia raccontando le incongruenze del "depistaggio più grossolano della storia"

Ventisette anni senza. Senza un padre e senza la verità sulla sua morte. Ventisette anni senza sapere chi ha ordinato la morte di Paolo Borsellino. Da allora, tanti gli errori, tante le incongruenze. Nel 2017 con la sentenza del processo “Borsellino quater”, si mette un punto su ciò che era sotto gli occhi di tutti: la verità sulla strage di via D’Amelio, dove insieme al magistrato persero la vita cinque uomini della sua scora, è stata insabbiata. 

Errori avvenuti non solo per la ‘scorretta’ conduzione delle indagini ma resi possibili anche grazie all’irritualità dello svolgimento dei primi processi. Solo dopo questa sentenza, la famiglia del magistrato del pool antimafia, sino ad ora rimasta in disparte e chiusa nel suo dolore, ha iniziato a far sentire la propria voce. A chiedere forte e chiaro che venga fatta luce sulla morte del padre è la più piccola di casa Borsellino, Fiammetta che è diventata simbolo di una crociata personale e non solo. Gira l’Italia e parla con le tante persone che, come lei, vogliono risposte, parla delle tante  ‘falle’ che emergono dalle indagini e dai processi. 

Ieri, Fiammetta Borsellino è stata a Reggio, ospite dell’incontro che ha concluso gli appuntamenti della stagione 2019  #primal’umanità che hanno animato l'estate di ReggioNonTace. Introdotta da padre Giovanni Landiana, sostenitore del movimento, Fiammetta Borsellino inizia il suo racconto e precisa che, non entrerà nel merito del processo Stato-mafia ancora in corso, perché “non mi compete e perché è ancora aperto.

Io sono qui per parlare di quello che è ormai noto, come uno dei depistaggi più grandi della storia. A dirlo non sono io, sono i fatti, è una sentenza. Mio padre mi ha sempre insegnato che prima di parlare, bisogna avere le prove. Ed io le prove le ho. Ad un uomo di Stato, come era mio padre, il peggio che si poteva fare è stato fatto”.

Inizia così il suo serrato racconto, fatto di prove, confutazioni e fatti. Conoscere la verità, dice la Borsellino: “Non è più solo una questione personale, è una cosa che interessa tutti gli italiani”. Dall’esclusione del collegamento tra l’inchiesta mafia-appalti e le indagini di Borsellino, collegamento che non viene inserito nel processo, ai teste mai chiamati dalla procura di Caltanissetta, sino alla “squadra inesperta“ di magistrati, ai quali era stata affidata l’indagine, per passare poi al 'grossolano' tentativo di sviare le indagini che si è bastato sulla falsa testimonianza di uno 'pseudo' pentito, poco credibile, come Vincenzo Scarantino, le cui dichiarazioni, solo l’allora pm Ilda Boccassini, che indagò sulle stragi mafiose del 1992, capì essere farlocche. 

"Fu  un depistaggio - sottolinea ancora la figlia del magistrato - così grossolano e poco accurato che quasi mi offende, eppure, sono riusciti a raggiungere il loro obbiettivo, far passare tempo”. Il tempo è il più feroce dei nemici nella ricerca della verità perché, “ormai tutte le prove che potevano essere utili, se le indagini fossero state condotte seguendo la giusta procedura, adesso sono irrecuperabili”. Amara constatazione se si pensa che, ancora resta il mistero della famosa agenda rossa, sulla quale però Fiammetta Borsellino non si sofferma ma, sottolinea invece, uno dei punti più interessanti  e, a suo avviso, fondamentali che non è mai stato considerato, nessuno "fa riferimento alla scomparsa dei tabulati telefonici del suo cellulare, rimpasto integro dopo la strage. Che fine hanno fatto?"

Tante le cose ancora da chiarire e tante ancora le cose che non si conoscono. Eppure, nel corso del suo lungo racconto, Fiammetta Borsellino esprime una “profonda fiducia nei confronti dello Stato e della giustizia. E’ grazie al lavoro dei magistrati che si è arrivati a scoprire il depistaggio. Anche se so che difficilmente si arriverà mai ad una verità, io non mi arrendo”. A chi le chiede il perché di questo bisogno di raccontare, Fiammetta risponde che, “uno dei difetti più preoccupanti del nostro Paese è la scarsa memoria, tendiamo a dimenticare ma, solo raccontando e ricordando non si fanno gli stessi errori”.  

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