Cronaca

La Corte d'appello restituisce ad Antonino Familiari circa 200 mila euro di beni confiscati

Accolta la tesi difensiva dell'avvocato Tonino Curatola che, con una perizia tecnica firmata da Antonia Rosaniti, ha dimostrato che il denaro non era provento di attività illecite

La Corte d'appello

curatola avvocato-2La sezione misure di prevenzione della Corte di appello di Reggio Calabria ha accolto il ricorso presentato da Antonino Familiari, per tramitre del suo legale di fiducia: l'avvocato Tonino Curatola (nella foto), è ha rigettato la proposta di confisca di beni - per oltre 230 mila euro - che era sta proposta dal Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria.

La Corte d'Appello, presieduta da Bruno Muscolo, Antonino Giacobello e Caterina Asciutto consiglieri, si è determinata dopo aver approfondito la consulenza tecnica predisposta dalla difesa del giovane melitese - nello specifico dalla dottoressa Antonia Rosaniti - che, negli scorsi anni, era stato arrestato nell'ambito dell'inchiesta "Eremo". 

"La confiscabilità di un bene - si legge nel dispositivo - acquistato a distanza di un tempo - anche considerevole - dal momendo di cessazione della manifestazione della pericolosità sociale è subordinata alla presenza di elementi specifici che riconducano in maniera rigorosa ed univoca l'acquisto in questione al reimpiego diretto di capitali illecitamente accumulati in precedenza, cioè nel periodo in cui il soggetto è appartenuto al sodalizio".

Le somme in confisca vennero rinvenute dai Carabinieri durante una perquisizione all'interno di un casolare nelle dirette pertinenze dell'abitazione di Antonino Familiari, riposte dentro il vano portacenere di una cucina a legna.

Per l'accusa queste somme sarebbero state il provento dell'attività illecita contestata ad Antonino Familiari, per la difesa, invece, quel denaro era il frutto del combinato disposto delle entrate della famiglia (stipendi, tfr), dell'attività lavorativa (produzione e vendita di bergamotti) e, infine, della vendita di numerosi ettari di terreno per ioltre 700 mila euro, il cui residuo - dopo il versamento di oltre 90 mila euro sui conto correnti - è rimasto nella disponibilità del nucleo familiare.  

"A prescindere - si legge infine nel dispositivo della Corte d'Appello - dall'effettiva percezione, da parte del genitore del proposto, di tale ingente somma in contanti, quale ricavato di vendite immobiliari nell'arco di tredici anni, le considerazioni sopra svolte in ordine all'inesistenza della correlazione temporale fra l'epoca in cui è stata accertata la disponibilità di tale somma confiscata da parte del proposto e quella di manifestazione della pericolosità sociale escludono che la confisca possa essere confermata".

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