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Il caso

Handicap e invalidità per fibromialgia in una sentenza del tribunale reggino

Tra i pochissimi casi in Italia, A.P. ha vinto il ricorso contro l'Inps grazie a una perizia importante per il riconoscimento della disabilità legata a questa patologia

Una sentenza significativa per il riconoscimento della fibromialgia come malattia invalidante arriva dal Tribunale di Reggio Calabria, con l’accoglimento del ricorso di una donna di 64 anni contro l’Inps, che aveva rigettato la sua richiesta di riconoscimento dell’invalidità civile e dello status di portatrice di handicap, dovuto a principalmente a questa patologia.

La reggina P.A., operaia e madre di tre figli, rappresentata dall’avvocato Simona Cariati, contestava l’esito dell’accertamento da parte della commissione medica dell’istituto di previdenza sociale, secondo cui non si riscontra invalidità tale da configurare lo status previsto dalla legge 104/92. Nel ricorso è stato chiesto un accertamento tecnico preventivo sullo stato di salute della ricorrente finalizzato a legittimare la sua richiesta, effettuato dalla dottoressa Anna Maria Danaro: omologando la perizia del consulente tecnico d'ufficio, la sezione lavoro del Tribunale reggino nella persona del giudice Rosanna Femia, con decreto del 23 gennaio scorso ha dato ragione ad P.A., riconoscendo l'handicap e assegnandole un assegno di invalidità civile per il 75% di riduzione della capacità al lavoro.

La perizia accerta riduzione della capacità al lavoro della ricorrente

La donna è affetta da è affetta da molteplici patologie, di cui la fibromialgia con crisi vertiginose e sindrome ansioso-depressiva rappresenta la più grave, minandone la qualità della vita e lo svolgimento dell’occupazione lavorativa. Proprio sulla “malattia invisibile”, così definita perché l’aspetto esteriore di chi ne soffre è apparentemente sano, s'incentra il ricorso dell’avvocato Cariati, che argomenta come sia invece “una patologia estremamente invalidante, che compromette la qualità della vita del malato e ne annienta, di fatto, la dignità lavorativa, poiché impedisce di svolgere in modo costante e continuativo la prestazione di lavoro”. Ricordando le caratteristiche della complessa sindrome debilitante (tra cui ipersensibilizzazione del sistema nervoso centrale, deficit di irrorazione sanguigna a livello muscolare, intestino irritabile, emicrania, astenia, ansia, crisi di panico, depressione, nausea e vertigini), la legale spiega che “i pazienti affetti da fibromialgia, che per la maggior parte hanno età compresa fra i 45 e i 64 anni, sono nel pieno della loro vita lavorativa, che viene però fortemente compromessa dal dolore e dalla stanchezza cronica causati dalla malattia”. E aggiunge: “La sindrome fibromialgica è, infatti, una delle principali cause di assenze dal lavoro ed in alcuni casi costringe i malati a cambiare occupazione in favore di una meno faticosa, o addirittura a rinunciare a lavorare”.

P.A. aveva presentato domanda di invalidità nel maggio 2021 ed era stata sottoposta a visita medica d’ufficio presso il centro medico legale Inps di Lodi, dove all’epoca risiedeva prima del trasferimento di residenza a Reggio Calabria. L’esito di quell’accertamento aveva però negato il carattere invalidante della patologia (attestata da documentazione medica), non riconoscendo lo stato di handicap né l’invalidità civile. “E’ evidente – afferma nel ricorso Simona Cariati - come la commissione medica Inps non abbia tenuto nella debita considerazione lo stato di sofferenza psico-fisica generalizzata in cui versa la ricorrente a causa delle patologie che la affliggono ed in particolar modo della fibromialgia, probabilmente per via della difficoltà di riconoscimento di tale malattia nel breve tempo di una visita”.

Ma nella successiva relazione del ctu, disposta dal giudice dopo il ricorso, si giunge a conclusioni diversa. “E’ possibile – sostiene infatti la dottoressa Danaro - affermare con ragionevole certezza medico-legale che A.P. è affetta da patologie che la rendono invalida civile con una riduzione della capacità lavorativa in misura pari al 75%. Inoltre la periziata presenta una minorazione che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione”. Il ctu fa un preciso riferimento alla sindrome fibromialgica come patologia maggiormente rilevante nel quadro clinico della donna, sottolineando incida sulla "la validità della periziata causando notevole riduzione della capacità lavorativa, difficoltà di relazione e di integrazione determinando un processo di svantaggio sociale".

Si tratta di una perizia (e di una sentenza) molto importante per i pazienti fibromialgici, in Italia ancora privi di tutela legislativa. In rarissimi casi infatti le commissioni mediche delle Asl hanno riconosciuto l'invalidità a chi ne soffre. “Eppure – sostiene l’avvocato Cariati - questi malati avrebbero diritto a rientrare pienamente nella categoria degli invalidi, sì da avere garantiti i relativi livelli essenziali di assistenza e l’esenzione dalla spesa sanitaria per farmaci e terapie del dolore”. Pochissimi i precedenti alla sentenza reggina, tra cui, qualche anno fa, il ricorso vinto da un'artigiana davanti al tribunale di Termini Imerese. 

Un decreto importante per l'iter verso la legge di tutela dei malati

La fibromialgia è una malattia autoimmune che insorge prevalentemente nelle donne in età adulta, e oggi in Italia ne soffrono circa 3 milioni di persone. Nel 1992 l’Organizzazione Mondiale della Sanità l'ha riconosciuta come patologia invalidinte definendo la disabilità che si associa al dolore cronico come “una limitazione o una perdita, derivante da un’alterazione, della capacità di eseguire un’attività nella maniera o nel range considerato normale per un essere umano”. 

Inclusa nell’Icd-9-Cm, classificazione internazionale delle malattie e riconfermata nella decima revisione dello stesso elenco, nel nostro paese il ministero della salute le ha attribuito un codice nel 2007 ma la fibromialgia non appare nelle linee guida dell'Inps.

La condizione dei malati è sostenuta dalla legislazione di molti stati europei e anche in Italia esiste un disegno di legge, il 299/2018, attualmente in discussione al Senato, che prevede di istituire centri di riferimento e ricerca e un registro nazionale dei pazienti fibromialgici.

A livello locale, alcune regioni del Nord si sono dotate di leggi specifiche e  una richiesta da parte di una malata è stata indirizzata anche al governatore calabrese Roberto Occhiuto. Nella sua lettera, la donna richiama la legge di bilancio 2022, che ha istituito un fondo di 5 milioni di euro per lo studio, la diagnosi e le cure della fibromialgia da ripartire tra le varie regioni, chiedendo se la quota spettante alla Calabria (3,14%), sia stata ottenuta e in che modo la somma si stia utilizzando. 

A Reggio la commissione comunale per le politiche sociali, attraverso il presidente Carmelo Romeo e il consigliere Giuseppe Giordano, si è fatta promotrice di una mozione sottoscritta dai consiglieri del centrodestra, che impegna la giunta e il sindaco a intervenire presso Occhiuto nel suo ruolo di commissario alla sanità, il Parlamento e il ministero della salute perché si attivino per il riconoscimento della fibromialgia come malattia cronica e invalidante.

Il decreto del giudice del lavoro reggino e la perizia medica su cui è basato rappresentano un altro passo in avanti nel raggiungimento di questo obiettivo.

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