rotate-mobile
La riflessione

Tucci, la mafia e la Calabria povera che piace agli americani

Imbarazzo delle istituzioni per certe parole dell'attore, ma colpisce soprattutto l'immaginario suscitato negli Usa dalla puntata calabrese della serie

La Calabria di Stanley Tucci fa innamorare gli americani e divide i calabresi. In realtà l'ondata di indignazione suscitata dall’intervista dell’attore con il caporedattore Cnn Christiane Amanpour per il lancio della nuova stagione di “Searching for Italy” è incompleta. Perché di mafia e corruzione non si parlava (se non in un breve dialogo a bella posta, con un pasticcio di definizioni e pronunce) nella puntata trasmessa ieri sera dal canale, dedicata appunto alla regione di cui è originaria la famiglia di Tucci, e il problema non è solo quello. Chi (tanti) negli Stati Uniti ha visto la serie probabilmente non ha prestato attenzione all’intervista e non ha notato quel particolare passaggio. Con amara ironia potremmo dire bene, ma non benissimo. E per tanti motivi.

Il prodotto che piace agli Usa è una Calabria arretrata e povera 

L’ovvia premessa che l’intervista dica il vero (sì, nel Mezzogiorno italiano - non solo in Calabria, per la precisione l’attore cita la Puglia – esistono vari tipi di mafie; sì, ci sono scempi edilizi e palazzi lasciati a metà a causa di provvedimenti giudiziari; sì, molti settori pubblici sono corrotti) non giustifica uno scivolone davvero inopportuno. “Searching for Italy” promuove le bellezze del nostro paese, la gastronomia e lo stile di vita italiano: non è un’inchiesta né un documentario crime, e quell’accenno al malaffare che s’insinua in un dialogo di tutt’altro tenore (e con tanto di sorrisetto di circostanza della anchorwoman, come se si parlasse di un pettegolezzo) in questo contesto è totalmente fuori luogo.

Lo sanno alla Cnn e lo sa anche il buon Tucci, che nella puntata calabrese dove viaggia sulle tracce delle sue origini, la butta assai sui sentimenti. Le mafie che tanto lo hanno colpito e di cui (con un certo dolo) invita a parlare alcune persone del posto, sono nascoste, e c’è invece il padre che gira per i vicoli di Marzi e tenta di orientarsi nel labirinto toponomastico e di alberi genealogici di un paese dove mezza popolazione ha il suo stesso cognome; i ricordi degli antichi sapori, l’ospitalità, il calore umano del vicinato e la resilienza alla miseria; le immutabili tradizioni del cibo; e chiaramente gli scenari naturali mozzafiato che portano lo spettatore a Tropea, Scilla e Reggio, dal mare all’Aspromonte. Tutto molto emozionante e selvaggio.

Cosa c’entrava dunque quella postilla su ‘ndrangheta e corruzione? E cosa c’è che, in questa narrazione così romantica, ai calabresi lascia addosso un subliminale senso di fastidio? Un nesso c’è e si chiama marketing. Però non è quell’ideale pubblicità di cui si sono compiaciuti la Calabria Film Commission e il governatore Roberto Occhiuto annunciando la puntata della serie girata nella nostra regione.

L'entuasiasmo dei figli di emigranti per una terra uguale a quella raccontata dai nonni

Superando la delusione per il giudizio di mr. Tucci, dobbiamo però fare un’analisi oggettiva. Che “Searching for Italy” sia una formidabile vetrina turistica è innegabile. Negli Usa la serie è molto popolare e sui social gli appassionati del Tucci inviato nella terra di “that’s amore” sono riuniti in gruppi dove si scambiano estasiati commenti sulle puntate e i luoghi meravigliosi che progettano di visitare. Un successo costruito su stereotipi italici a pacchi, che hanno il loro fulcro nel Sud. Dove si mangia tanto e c’è un tripudio di sole, passioni forti e tarantelle.

La Calabria è un po’ la punta dell’iceberg, perché meno celebre delle regioni confinanti, e dall’identità meno caratterizzata. Come “venderla”, dunque, nel modo giusto a fronte di un immaginario meridionale consolidato attorno alle varie Sicilia bedda e limoni amalfitani? Stanley Tucci la racconta nel suo aspetto ritroso e selvaggio, proponendo un territorio ancestrale dove il tempo sembra essersi fermato e la gente sa come farti sentire sempre a casa.

L'effetto collaterale è però proprio questa presunta enclave attorno alle radici, testardamente difesa dai calabresi. Lo dice lo stesso attore introducendo le inderogabili regole di ricette gastronomiche tramandate dai nonni ai nipoti e scherzando sul cervellotico rigore delle materie prime, che devono essere quelle oppure niente (“hanno un’idea di superiorità della loro cucina dovuta all’uso di quel particolare aglio o olio, quei particolari pomodori… ed è un po’ stancante”). Succede però che i follower vadano in brodo di giuggiole.

Tra loro ci sono molti discendenti da calabresi emigrati due generazioni fa e il gradimento della tappa nell’avita regione è all’insegna della nostalgia. Una donna dice: “I miei nonni erano di Catanzaro, io e mio marito siamo già stati in Italia ma la prossima volta andremo in Calabria e vorremmo restare a vivere lì”; un uomo approva gesti e linguaggio dei parenti di Stanley (“sì, anche mia nonna faceva queste cose, mi diceva che i calabresi sono testardi proprio come loro!”); e affiora il malumore di chi avrebbe voluto vedere i luoghi di famiglia – più Reggio città, o le assenti Cosenza e Rende.

Tutto affascinante, ma poi una donna scrive: “Questa è la Calabria vera di cui mi parlavano sempre i nonni. Per la prima volta ho visto in tv il luogo che mi descrivevano loro. Povera, rocciosa, arida, con le capre”. E qui subito nella mente balena il ricordo degli asinelli nello spot di Muccino. Il nostro mondo contadino è una inestimabile risorsa culturale, ma a chi vive qui - e non solo - è oggi finalmente chiaro come questo ritratto della Calabria sia autentico ma parziale, finalizzato a confezionare un prodotto pittoresco. Gli americani si aspettano questo e Tucci glielo dà, esagerando (una cosa molto italiana, si sa) e con qualche inesattezza prontamente notata dagli oriundi: la denominazione di zeppole per quelle che nel Cosentino sono orgogliosamente cudduriaddri; il refuso grafico di una veduta di Bari rimasta sullo sfondo del claim della puntata calabrese. Peraltro a molti addetti ai lavori sembra proprio questa la strada che il turismo calabrese, non ancora pronto per il target di massa e identitariamente opposto al brand vacanziero del lusso, dovrebbe percorrere, ovvero gli itinerari a misura d’uomo, l'ambiente incontaminato.

Ce lo ha detto pure Richard Gere, suggerendo di non imbastardire i nostri luoghi con orde incontrollate di visitatori e mantenere la preziosa segretezza di alcune mete, facendo venire la curiosità di scoprirle con parsimonia e rispetto. E la star hollywoodiana ha ragione. Però è ora di decidere cosa sia più importante su una potenziale bilancia di scelte e programmi. Attrarre turisti americani in pensione in cerca di cipolle e morsello, o valorizzare gli sforzi del settore per innovare, personalizzare le tradizioni, esprimere creatività.

La puntata calabrese della serie, a dispetto della boutade di Tucci sull’inviolabile sancta sanctorum del cibo, ci fa vedere, accanto alla caddara delle frittole e la cipolla rossa di Tropea addentata cruda come una mela, anche ristoranti stellati come Qafiz di Santa Cristina d’Aspromonte con la meringa al carbone e spuma di cioccolato bianco dello chef Nino Rossi, o Il principe di Scilla con il ragù di pescespada di Johnny Giordano.

Parlare di terra povera e alludere all'arretratezza non rende giustizia a queste esperienze e alle sfaccettature di una regione dove coesistono le frattaglie consumate senza selezione, retaggio della disponibilità limitata degli alimenti, e la contemporaneità della creme bruleé di ‘nduja del maestro Rossi.

L'intervista di Stanley Tucci sulla Cnn

L'imbarazzo delle istituzioni e la frecciata di Orsomarso

L'eterno marchio a fuoco della mafia non è il miglior attrattore turistico, sebbene nell’immaginario popolare americano anche questa, paradossalmente, sia un'intrigante suggestione romanzesca (croce e delizia della saga del Padrino). 

Però Tucci in fondo dice la verità e non possiamo avercela con lui, hanno obiettato in molti. Anche perché i calabresi interpellati dall'attore confermano e rincarano la dose, alludendo pure a qualche episodio intimidatorio. Sui social i fan americani di Stanley minimizzano perché della mafia sanguinaria e avventurosa sanno già tutto ed è un rischio calcolato. Però qualcuno ammette che ora forse un po' di paura a venire qui ce l'ha.

Dalla Regione, che aveva strombazzato il protagonismo in “Searching for Italy”, si registra al momento un imbarazzato silenzio sulla vicenda, ma per la sola evocazione della parola mafia (colei che non deve mai essere mediaticamente nominata) Occhiuto non denuncerà l'attore e la Cnn come minacciò di fare dopo l'infelice titolo dell'articolo del Times sulla sanità calabrese. Invece sulla pagina Facebook della Film commission sotto il post per "Searching for Italy" si era scatenato un putiferio e gli amministratori hanno chiuso i commenti.

Soltanto il senatore Fausto Orsomarso, nel post in cui informa dei nuovi appuntamenti del suo progetto di punta da assessore, la Calabria Straordinaria, aggiunge a margine: "Ho letto di quel calabrese famoso che ha voluto riassumere con superficialità e pregiudizio quella che era la sua terra dei padri. Ma - continua Orsomoarso - è un riassunto sbagliato di chi ovviamente e’ venuto a fare business e a ricercare pezzi di racconto che fanno pubblico per la sua trasmissione come in un film di Martin Scorsese".

Il senatore lancia una frecciata a Tucci e al contempo si smarca dalle critiche: "La sua Calabria lo ha accolto, io in verità non sono andato perché non accompagno quello che non abbiamo programmato noi se non conosco gli obiettivi e gli investimenti di quello che serve alla nostra terra, come sempre con un gran sorriso e con riconoscenza perché è la terra dei padri.

A lui che vive in un paese corrottissimo come l’America - conclude - che ha tantissimi punti di debolezza che passano oin secondo piano perché sono più evidenti i punti di forza noi dobbiamo rispondere grazie: i nostri punti di debolezza li conosciamo e per questo ripartiamo dai nostri punti di forza. Ne arriveranno altri di racconti che potranno demotivarci e farci ripiombare nel pessimismo, nell’autolesionismo o peggio ancora nella rassegnazione. Ma non torniamo indietro". 

Sì, ieri sera non eravamo in un film ma tra la gente sana e accogliente della Calabria, e Stanley Tucci con quella digressione ha sbagliato. Se è stato un pensiero spontaneo dal sen fuggito, ha fatto male a quanti gli hanno festa nella terra delle sue radici. Ma se è stato marketing, da parte delle nostre istituzioni sarebbe meglio imparare una volta per tutte a frenare i trionfalismi su un tipo di promozione affidata interamente alla fama dei grandi personaggi e consegnata con cieca fiducia alla loro mercé, visto che noi nella pratica di servizi, qualità e infrastrutture per il turismo sappiamo fare ben poco - spesso pure danni al buono che altri, sul territorio, tentano di costruire. Una cosa Stanley, che l'ha capita subito, ce la dice. Qui in vacanza continuano a venire soprattutto gli emigranti, gli unici che tornano sempre.  

Sullo stesso argomento

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Tucci, la mafia e la Calabria povera che piace agli americani

ReggioToday è in caricamento