Domenica, 25 Luglio 2021
Cronaca Centro / Piazza Duomo

Il vescovo Morrone: "Sento il peso del pastorale, aiutatemi a non spadroneggiare sulla vostra fede"

Cerimonia di insediamento in Cattedrale per il neo arcivescovo che ha ricevuto il pastorale da monsignor Giuseppe Morosini

Il passaggio del pastorale tra gli arcivescovi Morosini e Morrone (foto Sapone/Notaro)

Un lungo applauso per monsignor Morrone. La Cattedrale accoglie festante il passaggio del pastorale da Mons. Giusppe Morosini all'arcivesco Fortunato Morrone. Tutto il popolo diocesano, proveniente dalle diverse città e con i diversi carismi, dà il benvenuto al nuovo Pastore. Un vero e proprio passaggio di consegne, o per meglio dire di pastorale, tra lui e il vescovo emerito Morosini che lascia per raggiunti limiti di età. Così l'arcivescovo Fortunato prende possesso canonico della Chiesa di Reggio Calabria - Bova.

Il saluto della Diocesi

Ad aprire la cerimonia di insediamento il delegato ad Omnia, monsignor Salvatore Santoro, che ha rivolto il saluto a nome della diocesi. “È proprio nello stupore grato e benedicente di tanta bontà, che le consegniamo il nostro primo benvenuto! Si senta accolto così dai suoi preti, dai laici, dalle religiose, religiosi, diaconi, seminaristi, dalle autorità governative, civili e militari (che ringrazio per la loro amabile presenza in questa basilica cattedrale), da noi tutti, popolo santo di Dio da oggi affidato al suo cuore ed alle sue cure: le chiediamo di confermarci in una fede che si nutra essenzialmente di comunione, per poter diventare strumento efficace di evangelizzazione.

Si senta abbracciato così, (almeno virtualmente) dai nostri bimbi, che desiderano farle dono del loro sorriso perché sono già stati conquistati dal suo: le chiedono e ci chiedono di non vergognarci mai della tenerezza, o del calore di una carezza”. 

“Si senta accolto – prosegue don Santoro - dall’entusiasmo dei nostri giovani - certezza del presente, prima che speranza del futuro - che le affidano i loro sogni, assieme alle loro paure, i disincanti e, forse, le troppe delusioni ricevute da un mondo di adulti, tristemente disabituato ai fremiti dello stupore ed alle liete sorprese della vita: le chiedono, ci chiedono, di essere sostenuti nel loro desiderio di verità, di pulizia e di bellezza. 

Benvenuto da parte dei nostri anziani, icona di resilienza e forza e, oggi più che mai, preziosissimo patrimonio di radici da custodire e di fedeltà da benedire e da cui imparare: le chiedono e ci chiedono di non dimenticare che non può esserci futuro dove c’è oblio del passato.  Benvenuto Eccellenza, da parte di quanti - dal mondo della politica a quello dell’economia o della cultura - hanno bisogno di ascolto, consiglio ed orientamento, delicato, rispettoso e sapiente, per il servizio che sono chiamati a rendere nella nostra Città: le chiedono e ci chiedono la pazienza del dialogo, che è sempre garanzia di comunione ed espressione altissima di civiltà. C’è tanta fame, qui come ovunque, di parresia e di coraggio; di parole chiare, libere e mai ambigue, profumate di speranza e di futuro: da sempre la chiesa di Reggio, attraverso i suoi pastori, si è fatta eco ed interprete di questa fame!”

“Benvenuto da parte di chi vive con pace la fatica del credere, ma anche di chi fa ancora tanta fatica a credere, forse anche per responsabilità nostra; da parte di chi si sente di casa nella chiesa, ma anche (e soprattutto) da parte di quanti sostano ancora sull’uscio delle nostre parrocchie ed aspettano un appello, perché sognano una chiesa che sia casa per tutti: le chiedono e ci chiedono di costruire comunità accoglienti e mai autoreferenziali”.  Durante il suo discorso mons. Santoro ha anche il ringraziamento all'arcivescovo emerito Morosini. 

La musica dell'organo e i canti risuonano nella grande Cattedrale e anche il decano del Capitolo Metropolitano monsignor Antonino Denisi dà il suo saluto all'arcivesco appena insediatosi. 

"Sono onorato di servire questa vigna particolare"

“Dovete avere un pò di pazienza – dice monsignor Morrone nella sua omelia – sarà molto lungo. Ringrazio anche oggi il signore perché mi ha dato una lezione, quando c'è stato il passaggio con mons. Morosini ho avvertito la pesantezza del peso del pastorale e del vangelo. Lo dico con il cuore aperto sono “indegno” di portare questo peso, ma è lui, il Signore, che porta me. Ma tutto ciò non è possibile senza il vostro affetto, senza le vostre mani, questo peso è il giogo soave del vangelo. Con gioia e trepidazione mi rivolgo a voi per la prima volta. Mi sento a casa, con voi, in questa bellissima e maestosa Cattedrale. Ma sono ancora tante le sfide che la contemporaneità pone alla nostra comune attenzione ecclesiale. E allora ancora ti imploriamo: “aumenta la nostra fede”. Ma quale fede intendi tu o Signore?

La logica religiosa di pretendere da Dio il dovuto appiattisce la nostra fede alla logica del merito in qualsiasi ambito umano si esprima: ti meriti quest’incarico, questo titolo, questa posizione, questo posto, questo potere: meriti di essere vescovo.

Il mio ministero tra voi, il nostro ministero amici presbiteri e diaconi, può degenerare in funzionari del sacro, custodi del  do ut des, esattori della legge del dovere e del dovuto, della prestazione che attende in ogni caso la ricompensa in qualsiasi forma possa essere espressa. Quello che pretendiamo da Dio, lo esigiamo poi da coloro che siamo chiamati a guidare e diventiamo inesorabilmente padroni esosi e saccenti, paternalisti, pur di essere riconosciuti nel prestigio della carica che ricopriamo o nelle opere che, anche con fatica, abbiamo realizzato pur di essere ammirati dalla gente. Ma ben sappiamo che questa dinamica non è generata dalla Spirito di Gesù: in relazioni di subalternità non è in opera la libertà evangelica, quella libertà da sé che guardiamo ammirati nel folle uomo giusto, Giuseppe di Nazaret.

"Giuseppe - scrive papa Francesco -non ha mai messo sé stesso al centro. Ha saputo decentrarsi, mettere al centro della sua vita Maria e Gesù. Il mondo ha bisogno di padri, rifiuta i padroni, rifiuta cioè chi vuole usare il possesso dell’altro per riempire il proprio vuoto; rifiuta coloro che confondono autorità con autoritarismo, servizio con servilismo, confronto con oppressione, carità con assistenzialismo, forza con distruzione". Care amiche e amici, ce n’è per tutti!

Chi ha deciso di servire nell’amore, lavora nelle trame feriali e nascoste della vita, dove l’esistenza pulsa di inosservata gentilezza e dedizione, insieme a contraddizioni e fragilità, ma con acquisita naturalezza, esito di un lungo e paziente cammino di maturità cristiana, semplicemente umana. Qui solo lo sguardo amorevole del Padre di Gesù è ricompensa inaspettata e gratificante 100 volte tanto. D’altra parte la chiamata a prendere parte all’opera di edificazione del Suo regno non è in sé impagabile? Dov’è il dovuto? Siamo semplicemente dei graziati: sia quelli chiamati nella primissima ora sia quelli convocati nell’ultimo istante dal Signore della vigna.

La gioia di appartenere al Signore senza alcun merito, divampata nel cuore di San Paolo lo ha spinto a portare la lieta novella di Cristo sino ai confini della terra. Questa Chiesa non è forse figlia di questo fuoco paolino generato dello Spirito? Abbiamo una grande eredità: non mortifichiamo la fiamma di questa fede che ha già spostato in questa diocesi le montagne. San Gaetano Catanoso, Mons. Ferro, don Domenico Farias, Maria Mariotti, don Italo Calabrò, Franca Maggioni Sesti, suor Antonietta Castelliti, per citarne alcuni, non sono forse scintille di questo fuoco dello Spirito che come luce gentile ancora ci guida e rischiara il nostro cammino e ci sollecita ad osare di più dietro Gesù?

La fede di questi testimoni è stata convincente e generativa perché sull’esempio luminoso della Vergine Maria, hanno posto il loro umano  humus  a totale servizio del Signore ben consapevoli che in loro, come in Maria, l’Onnipotente avrebbe operato grandi cose. È questa la fede che ci occorre: fede che libera da ogni ansia di prestazione autoreferenziale attivando tutte le energie migliori per la costruzione di spazi di tenerezza, di giustizia, di solidale e simpatica collaborazione con chi si impegna per convivenze accoglienti, tolleranti e pacifiche per una attiva e feconda cittadinanza nella casa comune di questo nostro piccolo mondo.

Coraggio popolo santo, chiesa di Dio in Reggio Bova, facciamo tesoro di tanta ricchezza, orgogliosamente responsabili di tanta bellezza, per essere anche noi concreta benedizione per tutti, nessuno escluso. Aiutatemi, pertanto, a non spadroneggiare sulla vostra fede, ma ad essere autentico servitore e collaboratore della vostra unica gioia, Cristo Gesù".

Il nipote Cristian riceve la prima comunione

Si prega e il popolo reggino si unisce in comunione con il vescovo Morrone nella mensa eucaristica. C'è anche Cristian, vestito di bianco, il figlio della nipote di monignor Fortunato, giunti da Vienna per ricevere la sua prima comunione che era programmata in questa data.  Poi il segretario della Consulta aggregazioni laicali Carmine Gelonese porta il saluto e dice: "l'accoglie una comunità ecclesiale accanto e con gli ultimi, una comunità che è sposa bella. Cercheremo tutti di essere all'altezza di questo tempo nuovo, perchè questa sposa sia sempre più bella. Vada oltre le apparenze e ascolti le nostre comunità. Le conseglieremo uno zaino con dentro le testimonianze di ciascun gruppo, con questo zaino e con tanta gioia percorriamo questa strada insieme". Mons. Fortunato esclama con semplicità: "ma questa è una valigia! Anche io mi inserisco in questo cammino, tracciati di vita, insieme".

Sono da poco passate le 13 quando scende la benedizione. E' festa per il popolo reggino e da oggi inizia un nuovo cammino.

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