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"La storia di Wanna Marchi per raccontare l'Italia degli anni Ottanta"

Gabriele Parpiglia, giornalista reggino, spiega come è nata l'idea della serie Netflix sulla regina delle televendite, già al secondo posto in classifica sulla piattaforma di streaming dopo pochi giorni

“Vendimi questa penna”, Wanna Marchi come Leonardo Di Caprio, ma non lei sa che quella domanda è una citazione cult del film di Scorsese “The Wolf of Wall Street”. Lei semplicemente ha un prodotto tra le mani e guidata da un innato istinto lo vende, insieme a surreali benefit di successo. Uscita da pochi giorni, è già al secondo posto in Italia la serie Netflix “Wanna” di Alessandro Garramone, che ricostruisce la vicenda giudiziaria della regina delle televendite e di sua figlia Stefania Nobile, usando il clamoroso caso mediatico come metafora di uno spaccato di costume italiano che si sviluppa attorno alle tv locali degli anni Ottanta e i palinsesti colonizzati dalle televendite, specchio di miraggi di fama e status symbol.

Una serie molto pop nelle atmosfere, iniziando dalla grafica vintage dei titoli e la colonna sonora con synth drammatici, il pezzo trash "D'accordo" cantato in playback dalla Marchi sotto le sfere disco di Superclassifica Show e la sigla con il brano originale di don Antonio ”Cinque minuti di te”. Dove la voce roca dell'interprete Daniela Peroni dice "rubami i sogni e poi vendili", quello che oggi, scontata la pena carceraria e residenti all’estero, rivendicano di aver fatto senza colpa Wanna e Stefania. Il loro rapporto simbiotico fa da perno alla docufiction nata da un’idea del giornalista reggino Gabriele Parpiglia, produttore delle interviste della serie, dove si alterna il racconto delle due donne a materiali di repertorio sul processo e testimonianze di investigatori, vittime delle truffe, ex collaboratori e altri protagonisti della vicenda, primo tra tutti il brasiliano maestro di vita Mario Pacheco do Nascimento.

Le persone che appaiono nella serie, comprese le Marchi, non hanno ricevuto alcun compenso, per una scelta precisa dell'autore Garramone. Con Gabriele Parpiglia ricordiamo la genesi del progetto, che risale a prima del Covid. “Ho contattato io Wanna Marchi - spiega - e ho dovuto convincerla, non voleva accettare perché, come ha dichiarato lei stessa, la spaventava un po’ l’idea di una serie trasmessa in tutto il mondo”.  

Un caso giudiziario e mediatico molto noto, due persone che hanno scontato la loro pena e loro malgrado sono uscite dal giro della popolarità di massa. Perché avete pensato di raccontare ancora la storia di Wanna Marchi, quale attualità ha?

“La serie va oltre la vicenda di Wanna Marchi. L'idea è far vedere com’era l’Italia di quegli anni, soprattutto a chi non l’ha vissuta, ma anche a chi ricorda quanto l’esplosione delle tv locali abbia cambiato il costume del paese. Poi la vicenda di Wanna Marchi è molto attuale proprio per l’aspetto della vendita. Lei vendeva creme in tv promettendo effetti prodigiosi, oggi molte influencer fanno la stessa cosa con modalità diverse, su internet. E si vendono prodotti dannosi, ci sono tante denunce per casi del genere”

Che idea si è fatto di Wanna e Stefania e del loro atteggiamento verso quello che hanno fatto?

“Io sono di parte perché le ho conosciute oggi. Sul passato non posso esprimermi, le persone attuali sono due cittadine libere e con regolare passaporto. Credo che, qualunque cosa si pensi, non si debba dimenticare che hanno pagato il loro debito, scontando una pena che si può discutere se sia stata troppo alta o no. Se è stata una condanna eccessiva allora dovremmo dire che ciò che hanno fatto non ha valore, e sappiamo che non è vero. Se invece è stato giusto fare tutto quel carcere, allora vale tutto, sia il reato che la pena, e ora devono essere considerate soltanto come le persone di adesso. Quelle che ho conosciuto io sono due donne generose”.

La serie fa vedere la loro unione, fortissima, nel bene e nel male. Che impressione le ha dato?

“Wanna e Stefania sono tutto l’una per l’altra. Un legame incredibile, sono mamma e figlia, ma anche amiche e sorelle, qualcosa di difficile da spiegare ma che è subito evidente anche solo guardandole insieme”

Le Marchi hanno approvato la serie ma in un’intervista lasciano intendere di voler dire di più e auspicare una seconda stagione. E’ nei vostri programmi?

“La serie, oltre ad essere al secondo posto in Italia, sta andando benissimo in molti paesi e Netflix ha puntato molto su questo prodotto in tutto il mondo. Il finale lascia tanti spiragli aperti per un seguito. Finisce tutto con la sentenza definitiva e credo che si crei curiosità su quello che è successo dopo e su cosa fanno adesso Wanna e Stefania. Incrociamo le dita…”

La serie ci riporta agli schermi italiani sintonizzati sulle urla ferine dell’implacabile imbonitrice, tra inquadrature pixelate, tripudio di chiome dai colori kitsch e il familiare packaging delle creme scioglipancia con l’autografo di Wanna Marchi sull’etichetta, che somigliavano a una parodia infantile dei cosmetici della mamma ma si pagavano con soldi veri. Ci sono le altre star delle televendite come il "baffo" Roberto Da Crema e Joe Dente, che parla da una stanza adornata da manifesti cinematografici d’epoca e paragona Wanna alla Gloria Swanson di “Viale del tramonto”. Si vedono i primi sodalizi tra imprenditori e criminalità e l'allure di fama provinciale delle emittenti televisive locali, ras con il monopolio dell'etere nei loro territori, e il benessere del Nord con le ville un po’ cafone, le banconote in contanti, le pellicce e i gioielli volgari.

La storia è nota: l’ascesa di una donna nata in una famiglia di contadini e finita in un matrimonio infelice, che però ha una naturale vocazione televisiva e diventa personaggio iniziando a fare denaro a palate; i presunti intrighi con camorra e ‘ndragheta, la bancarotta fraudolenta e la prima condanna; la rinascita dalle ceneri con la creazione della società Asciè e la rete di spietate truffe ed estorsioni che conducono al processo per associazione a delinquere e il carcere. Sembra un noir invece è accaduto nella vita vera: sono esistiti davvero quei telefoni d’epoca sul grande tavolo dove i centralinisti circuivano persone disperate riducendole in miseria con anatemi che ascoltati nelle intercettazioni mettono i brividi. Minacce di malattie e presagi di incidenti, sempre ai danni di figli e parenti. La famiglia è la cosa più importante, ammoniva Wanna. Non lo spendereste un milione per salvare un figlio? Le due venditrici hanno una feroce cattiveria che contagia i truffati: una vittima scimmiotta le maledizioni ricevute, augura a Wanna e Stefania agonie tremende e lo stesso dolore subìto da loro.

Di fronte a un interlocutore invisibile, la 79enne Marchi parla a ruota libera, dice parolacce, piange. Avvisa che lei è così, e basta. “Non mi fa più paura niente, il carcere l’ho già passato, puoi registrare quello che vuoi, non mi importa”. Perché lo abbia fatto, però, non sa spiegarlo (Da Crema dice che “ha perso la bussola, era la più brava di tutte a vendere, ma sulla magia io non sono d’accordo”) e per una volta, proprio lei, rimane senza parole. E’ una donna che, come si dice, s’è costruita da sola e pur non mostrando pentimento la vediamo commuoversi nel ricordare le violenze dell’ex marito, gli amici traditori e i nemici che l’hanno colpita, come il marchese Capra de Carré, che si vendicò dell’uscita di Wanna dalla sua orbita (“sono certa che adesso quell’uomo è all’inferno”). Dopo la serie, invece, Wanna e Stefania si sono addolcite nei confronti del “mago” do Nascimento: ferite dalla sua fuga e sparizione, hanno apprezzato il rimorso espresso nella serie dal maestro di vita (“ho sbagliato a non chiamarle più”, ammette) e meditano una visita a Bahia per sugellare la pace fatta.

Prima di quella definitiva della giustizia, l’opinione pubblica ha emesso una sentenza parallela e inappellabile: madre e figlia hanno perso la testa per sete di denaro. Grazie a quei soldi maledetti, il mago brasiliano ha portato in Italia la madre e i fratelli facendoli vivere nel lusso e in Brasile s’è comprato una torre che vedeva e desiderava da bambino. Magnificando i tanti quattrini accumulati negli anni del successo, Stefania non li definisce però eccessi: “Noi eravamo celebrità, spendevamo perché avevamo tanti soldi. Oggi ci sono piccoli imprenditori che si comprano jet privati”. Secondo il giornalista Stefano Zurlo il senso della folle parabola di Wanna Marchi è invece in un delirio d’onnipotenza: una sfida al mondo per dimostrare di essere capace persino di vendere quello che non c’è, come la fortuna.

Ma perché, come abbiamo chiesto a Parpiglia, raccontare oggi la storia di Wanna Marchi (tirandosi addosso anche qualche sospetto di riabilitazione)? Perché lei, ormai in pensione e fuori dalla smania televisiva, continua a pensare di non aver commesso nessun reato. E Stefania spiega che chi crede al potere di una bustina di sale ed è disposto a pagare, merita di essere spennato. La coppia diabolica, indissolubilmente legata per l’eternità (la figlia si fa chiamare Marchi e dice di aver sempre voluto diventare ricca per aiutare la madre), non nasconde che, anche se la gente si ammalava e andava in malora, è stato tutto marketing, e le regole sono queste. Il furbo guadagna sull’ingenuo. Non è roba degli anni Ottanta, l’Italia è ancora così. “E’ vero hanno fatto tanto carcere – dice una vittima – ma quelle persone non sentono il dolore. Per fargli male dovete togliergli i soldi”. Il favoloso tesoro di Wanna Marchi nessuno lo ha mai trovato, ma tra le sue sicurezze, millantate o reali, ce n'è una incrollabile: “E’ Stefania l’unico tesoro della mia vita”.       

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