Ecco perché la Calabria è zona rossa: contact tracing in ritardo e ospedali a rischio collasso

Le spiegazioni sono state offerte da Gianni Rezza, direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, che per la "descalation" punta tutto sulla resilienza del sistema sanitario, polemiche sulla "magheria" delle terapie intensive

Un tampone per il Covid-19

Resilienza e descalation, saranno queste le due parole più ricercate, per le prossime due settimane nelle regioni definite zona rossa dal Governo, sulla tavola dello “scarabeo” anti Coronavirus. Questi due termini sono stati inseriti nel ragionamento sulla determinazione delle restrizioni massime anti contagio per la Calabria da Gianni Rezza, il direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute.

Se la resilienza del sistema sanitario calabrese, messo in affanno dalla crescita dei contagi e dei ricoveri in terapia intensiva (nonostante il gioco di prestigio sui dati provato da chi gestisce la macchina dei controlli per evitare l’aggravamento delle restrizioni), sarà verificata allora per la Calabria si aprirà la possibilità di una “descalation” verso la zona arancione.

"In Calabria ha detto Rezza - abbiamo un Rt abbastanza elevato, anche se in questo momento non c'è un numero di casi particolarmente elevato l'Rt ci porta a pensare che la situazione potrebbe diventare più critica nel prossimo futuro. Pur fornendo ottimi professionisti al Paese, la Calabria ha un deficit strutturale in termini di sistema sanitario. C'è infatti una percentuale di occupazione delle terapie intensive e delle aree mediche superiore al 50%”.

Per il direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, intervenuto la conferenza stampa sull'analisi dei dati del monitoraggio regionale della cabina di regia e l'approfondimento sugli indicatori che hanno portato all'ordinanza del ministero, il dato sulle terapie intensive "è un indice di resilienza del sistema che unitamente al dato dell'Rt, elevato, spiega perché la Calabria è finita nella fascia più elevata rispetto a quello che potrebbe sembrare basandoci sul numero dei casi”.

Fra le altre cose, poi, Rezza ha messo in evidenza la difficoltà della Calabria nel tracciamento delle catene di contagio, nel cosiddetto contact tracing, un indicatore anche questo che è stato posto alla base della scelta di definire la zona rossa per due settimane.

La prossima settimana tornerà a riunirsi la cabina di regia nazionale presso la quale confluiscono i dati da ogni singola regione. La speranza è che la nostra regione sia in grado, in questo lasso di tempo, di recuperare il tempo perso e offrire ai tecnici un dato completo e rigorosamente attinente alla realtà dei fatti. 

Perché diciamo questo? perché nei giorni scorsi, proprio in vista dell’attesa ordinanza del ministero Speranza sui contorni del nuovo Dpcm, la Calabria non ha brillato per efficienza, puntualità e veridicità.

Alla vigilia del tre novembre, infatti, i dati dei ricoveri in terapia intensiva erano improvvisamente passati da 26 a 10, ufficialmente per distinguere i pazienti intubati e quelli sottoposti a ventilazione assistita e di considerare solo i primi come “ricoverati in terapia intensiva”.

Una decisione, una sorta di “magheria”, che aveva provocato lo sdegno e la denuncia del consigliere regionale del Pd, Carlo Guccione mentre per la Regione Calabria, che ha risposto per le vie ufficiali, si sarebe trattato di una “modifica effettuata a seguito delle comunicazioni pervenute dal’Azienda ospedaliera di Reggio Calabria e dal’Azienda ospedaliera di Cosenza”.

"Non abbiamo mai taroccati i numeri - ha detto Antonio Belcastro, dirigente del dipartimento regionale sanità - sui ricoveri in terapia intensiva. Pazienti per i quali non era necessaria terapia intensiva erano stati provvisoriamente trasferiti su setting dei posti letto dell'area medica. Non abbiamo nascosto pazienti, ma assegnati correttamente i pazienti in base alla criticità della loro situazione sanitaria".

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