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Martedì, 5 Luglio 2022
L'analisi

"L'ultima tornata elettorale fotografa un Paese stanco"

L'analisi dell'ex assessore Demetrio Pellicanò della giunta del sindaco della primavera reggina Italo Falcomatà

"C'era una volta il voto. L'ultima tornata elettorale e referendaria ci consegna un voto fortemente frammentato, un quasi non voto che fotografa un Paese stanco, vessato da mille emergenze, sociali, politiche, economiche e che mette in discussione l'essenza stessa della democrazia. Si può capire l'astensionismo sui referendum, che proponevano quesiti di non facile lettura, ma la preoccupante fuga dalle urne per le amministrative, rappresenta un verdetto popolare inappellabile contro una politica sempre più scadente, sempre più lontana dalla gente e dal mondo reale. Si dirà che anche le altre democrazie occidentali soffrono di questa patologia socio-istituzionale. Concordo pienamente, ma per l'Italia è diverso. Noi abbiamo una tradizione storica di massiccia partecipazione al voto, che ha avuto il suo picco massimo alla elezione dell'Assemblea Costituente (89,08%) confermando questa tendenza fino a qualche decennio fa".

 E' quanto afferma Demetrio Pellicanò, ex assessore della giunta guidata da Italo Falcomatà, sindaco della primavera di Reggio, che aggiunge: "Un esempio per tutti. In Calabria alle elezioni regionali del 1975 voto' oltre l'85 % degli aventi diritto. Allora è di tutta evidenza che la partecipazione si lega alla qualità della proposta politica, al funzionamento, all'efficienza, alla credibilità dei centri decisionali, allo spessore, al livello della classe dominante, alla classe dirigente, alla comunità politica nel suo insieme.
La gente si sente anni luce lontana dal Palazzo, che non lo sente più come una propria emanazione,anzi lo avverte come responsabile del disagio sociale che attraversa la carne viva della nazione. Un partito di sinistra, o sedicente tale, come il PD dovrebbe porre al centro della propria agenda politica la riforma dell'attuale sistema elettorale e tornare alle preferenze, ridando dignità e vigore alla sovranità popolare".

"Ora, a volo d'uccello farò qualche considerazione - continua Pellicanò -  sul significato politico del voto, o se volete sul mancato voto. Il dato che emerge e si impone su tutto è la crisi profonda, il fondato rischio di estinzione dei 5 stelle destinati ad un declino inarrestabile. Pagano l'inversione ad U, da movimento antisistema a forza di governo. Una classe dirigente mediocre, può trovare largo consenso nel minacciare di aprire il parlamento come una scatoletta di tonno. Il populismo, i vaffa possono servire in termini di consenso, di crescita elettorale, ma diventano un boomerang, una zavorra, una palla al piede quando si è di fronte a scelte ineludibili che investono la vita e il futuro di uno Stato". 

"Un altro sconfitto è Matteo Salvini che paga la sua incoerenza, - aggiunge Pellicanò -  la sua pretesa di essere contemporaneamente forza di governo e forza di opposizione. Lui che ha dimestichezza con i vangeli, con i rosari dovrebbe sapere che non si può servire Dio e Mammona allo stesso tempo. Fin quando si sta al governo, pur in un acceso confronto dialettico con gli alleati, si ha il dovere di condividerne scelte, programmi e progetti, o trovare il coraggio di togliere il disturbo. Sicuramente il responso delle urne premia la Meloni per la sua netta, inequivocabile scelta di collocarsi all'opposizione del governo Draghi e per la sua capacità di saper parlare, come nessun altro, alla pancia del Paese. Un risultato che rende più acuta l'insofferenza nel centrodestra per la disputa della leadership e rimanda il dies irae, la resa dei conti alle imminenti consultazioni politiche".

"Il Pd si conferma saldamente strutturato, radicato nel territorio, - conclude Pellicanò - con una sua tradizione e cultura di governo. Letta è un leader ritrovato, che però, manca ancora del tocco finale, di un'azione politica sollecita, incisiva, netta, chiara e senza tentennamenti. Il suo campo largo progressista, rischia di diventare un piccolo tavolo da ping-pong se non definisce, in tempi ristretti, il suo rapporto con Conte e i centristi. Su questi ultimi e Forza Italia il giudizio resta sospeso in attesa di sapere cosa vorranno fare da grandi. Dello stato di salute dei partiti, soprattutto del Pd calabrese, torneremo a parlare in maniera diffusa e analitica tra qualche giorno".

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