Lunedì, 22 Luglio 2024
La storia

Scuola, il miraggio della mobilità: "Da dieci anni a Brugherio non riesco a tornare a Reggio"

La storia di una docente, a pochi giorni dell'esito delle domande di trasferimento, amaro per la maggior parte degli insegnanti originari di questa provincia, una delle più inaccessibili agli immobilizzati

Che le domande fossero ancora una volta da record era noto: a marzo scorso circa 17.000 insegnanti avevano presentato istanza di trasferimento dalla sede di lavoro in Lombardia e di loro quasi 6000 volevano tornare nelle regioni di origine, tutte a Sud tra Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Da qualche giorno sono stati pubblicati gli esiti della mobilità e il 50% delle domande è stato accolto generando un autentico esodo soprattutto dalle scuole di Milano e provincia, che ha preoccupato il ministro Valditara.

Tra i docenti che possono festeggiare il rientro pochissimi però sono i reggini, la maggioranza dei quali si scontrano in modo particolare con quello che potrebbe raccontarsi come una leggenda metropolitana, invece esiste una reale inaccessibilità di questa destinazione, anche a fronte di decenni di servizio, punteggi alti e esigenze di famiglia. Parliamo della mobilità interprovinciale, che è l’anello debole della catena perché queste domande sono accolte in seconda battuta rispetto agli spostamenti all’interno di una stessa provincia. Con la beffa di insegnanti che chiedono e ottengono di cambiare scuola a pochi metri di distanza e colleghi che dopo anni al Nord restano confinati lontano da casa. La percezione diffusa è che la meta della titolarità a Reggio non si possa raggiungere come risultato di una lunga gavetta ma solo attraverso precedenze, di cui spesso non viene verificata la trasparenza. Come scrisse Pasolini, lo sappiamo ma raramente abbiamo le prove: un altre parole, basta avere un parente anziano e farsi riconoscere l’assistenza per scavalcare gli aspiranti con molti più punti.

Lo sconforto di una docente reggina che da dieci anni tenta di rientrare da Brugherio

Daniela Marcianò, docente reggina che da dieci anni lavora a Brugherio, in provincia di Milano, neanche stavolta ha ricevuto la bella notizia nella quale oggi spera sempre meno. Di punti nel curriculum ne ha tanti ma chiedendoglielo a caldo non ricorda quanti siano: “Li inserisco ma non li conto più – dice – la domanda la faccio per routine, non mi aspetto niente e non sono l’unica. Arrivare a Reggio è un’impresa impossibile e noi non capiamo perché, essendo una provincia estesa. Per la Calabria questa situazione c’è soltanto qui, ad esempio a Cosenza è più semplice. Alcune volte – continua l’insegnante – penso che ci siano meccanismi poco chiari”.

Valditara è preoccupato per l’emorragia di docenti al Nord e lancia l’allarme delle cattedre milanesi, una su tre senza organico. Ma maestri e prof reggini, a cui ogni anno pare di dover fare un terno al lotto per lavorare dove sono nati e avevano stabilito la loro vita, non la pensano così. Daniela Marcianò insegna nella primaria a Brugherio e abita a Monza. Prima del ruolo, nella sua carriera ha lavorato anche in scuole private, sia a Reggio che a Roma, dove viveva con il marito da cui oggi è separata. Ha una figlia che frequenta l’ultimo anno di liceo nella città dello Stretto, è tornata dopo il Covid. La fotografia più perfetta del lungo tempo dell'emigrazione di Daniela è nel suo passaggio da bambina a giovane adulta. Continua la docente: “Quando sono stata assunta in Lombardia mia figlia aveva 7 anni e ho provato a chiedere l’assegnazione ma assurdamente non l’ho mai ottenuta. E’ venuta con me, qui ha fatto primaria e media. Durante la pandemia siamo state a Reggio, le lezioni erano in dad e si lavorava a distanza. Lei non è più voluta rientrare al nord ed è rimasta con la nonna, non le è mai piaciuto il posto e non si trovava bene nella sua scuola”.

Anche per Daniela non è facile, per la lontananza dagli affetti e per il costo della vita: “Con mia figlia ho abitato in un bilocale, pagavo 700 euro e c’erano spese altissime di condominio, ora sono in un monolocale composto da una stanza unica con letto e cucina e poi un bagno, pago 400 euro. Mi ritengo fortunata, ci sono colleghe che spendono la stessa cifra e dividono l’alloggio con altri, di solito la proprietaria della casa. Poi io ho la macchina e arrivo al lavoro in quindici minuti, con i mezzi diventerebbe oltre un’ora”.

Dalla famiglia riesce a tornare nelle feste, ma non sempre può usufruire del raggruppamento di giorni dei ponti. “Il viaggio costa troppo – spiega – e proprio in prossimità delle feste i prezzi salgono tantissimo. L’aereo è impraticabile anche perché ci sono soltanto due voli tra Milano e Reggio, io prendo il treno ma è ugualmente caro. Già nell’ordinario, tolte le spese, dello stipendio resta poco, se partissi più spesso non ce la farei ad arrivare a fine mese”.

L’idea lanciata dal ministro per un piano casa rivolto a impiegati e insegnanti fuori sede non le dispiace e pensa sarebbe un aiuto opportuno. La docente non ha mai cambiato la residenza a Reggio e nelle sue domande di trasferimento non ci sono richieste diverse. “Avvicinarmi – dice – non cambierebbe la situazione, poi avrei il vincolo triennale e sarei lo stesso lontana. Sono demoralizzata, una collega è riuscita a tornare a Foggia a aveva 30 punti, l’algoritmo favorisce i nuovi assunti mentre noi siamo immobilizzati”.
Ma perché dopo tutti questi anni non ha deciso di radicarsi in Lombardia? “Mi sento sola – confida con sincerità – ho qualche amicizia ma sono rapporti superficiali. A Reggio ho la mia casa e vorrei stare accanto a mia madre. Poi qui fa troppo freddo e umidità non è adatto a me per stare bene, e anche mia figlia ha la stessa idea: adesso dovrà scegliere l’università e forse andrà fuori ma non a Milano”.

Un’esperienza diversa ma che racconta di altri sacrifici la vive pure la sorella di Daniela. Insegnante di italiano nella secondaria di secondo grado, non ha ottenuto il ruolo a Reggio ma è rimasta in Calabria, a Rossano. Si è sposata con un collega ma la sua serenità è offuscata dal trasferimento del marito, docente di diritto, prima nel Veneto e ora a Pisa. Per tornare da lei viaggia di notte in pullman, raggiunge Rossano ogni quindici giorni. Una storia che potrebbe appartenere a tempi passati, come nel racconto "L'avventura di due sposi" di Italo Calvino, dove una coppia non riesce a incontrarsi perché i turni di riposo dal lavoro non coincidono mai. Narrazioni di atmosfera vintage – quella è letteratura degli anni Sessanta – ma per gli insegnanti del Sud, tra forzate divisioni familiari, doppie case da mandare avanti e distanze che i nostri collegamenti disastrati rendono siderali è ancora così.

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