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Scalino19

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A cura di Antonio Marino

Un sogno nuovo nel ricordo indimenticabile di De Andrè

Si spegneva venticinque anni fa, l’11 gennaio ’99, con un cancro ai polmoni. Fu, è, cantore di speranza, voce dei muti, terra per coloro che non trovano posto. E l’ultimo concerto lo regalò, nell’agosto del '98, a Roccella Jonica

Era l’estate del 1993. Non avevo ancora compiuto undici anni. In piazza Municipio, a Gallina, ad un tiro di schioppo dal centro storico della Reggio Calabria che stava per divenir bella e gentile, le notti agostane sapevano di festa: l’annuale Estate Gallinese colorava, per mano della locale Pro Loco, le ferie di residenti e rientranti…!!!

Nel corso d’una di quelle sere, integralmente con mamma e papà trascorse in piazza, ecco apparire innanzi all’animo mio melodia e parole de “Il pescatore”, nella versione del 1979, nella versione, cioè, che vide Fabrizio De Andrè portarla al successo con la Premiata Forneria Marconi.

Quel testo, quei volti scolpiti con sillabe e note, mi segnò, mi presero a sberle: tornato a casa, in assenza di smartphone, computer, internet e varie diavolerie, scartabellai fra i già tanti ritagli di giornali e riviste che mi facevano compagnia nella stanza mia. Trovai, in una pagina de la Repubblica, ritagliata poiché dedicava un ampio servizio alla nuova serie di Casa Vianello, trovai, dicevo, un trafiletto incentrato su Fabrizio De Andrè e su un brano suo del 1980, “Una storia sbagliata”, che, come racconterà, “rievoco nel testo la tragica vicenda di Pier Paolo Pasolini”.

Cominciò cosi, in me e per me, un cammino sulle orme di Faber, il cantautore genovese! A Natale ’93 chiesi a Babbo Natale la musicassetta de “La buona novella”, l’album, pubblicato nel 1970, voluto da De Andrè per “salvare il cristianesimo dal cattolicesimo”… Raccolsi, raccolgo tutt’oggi, ritagli di quotidiani e pagine di settimanali a lui dedicati, custodisco un buon numero di libri dedicati alla discografia, ai messaggi lanciati da De Andrè, ai suoi diari.

E, puntualmente, all’apparir dell’anno nuovo sposto nell’agenda nuova la lettera che venticinque anni orsono, all’indomani della morte di Andrè, don Andrea Gallo indirizzò all’amico artista. Don Andrea Gallo fu prete che scelse come corporale – quel panno quadrato di lino inamidato che i sacerdoti dispiegano sull’altare per accogliere quel pane e quel vino che la transustanziazione converte in corpo e sangue del Crocifisso Risorto – le stradine più buie e puzzolenti di Genova, dell’Italia, dell’Europa, del Mondo: don Gallo sposò fermamente il monito del Cristo, “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me” (Mt 25,40), e fece d’ogni volto segnato dallo sgomento, dal dolore, dalla paura, dalla migrazione, dal fallimento, dallo stupro, dal vizio, un volto da transustanziare, da convertire in faccia risorta, capace di vita nuova, di vita libera, compiuta, che guarda il Cielo ma che ha su questa Terra i piedi ben piantati.

E in Fabrizio De Andrè don Gallo trovò il cantore della vita dell’Uomo del XIX Secolo: “il tuo album – scrive il prete nella già citata lettera, facendo riferimento all’album del 1971 “Tutti morimmo a stento” – ci lasciò una traccia indelebile. In quel tuo racconto crudo e dolente (che era ed è la nostra vita quotidiana) abbiamo intravisto una tenue parola di speranza, perché, come dicevi nella canzone, alla solitudine può seguire l'amore, come a ogni inverno segue la primavera [«Ma tu che vai, ma tu rimani / anche la neve morirà domani / l'amore ancora ci passerà vicino / nella stagione del biancospino», da L'amore]”.

De Andrè vive una vita, la sua, travagliata: ha problemi d’alcolismo e fuma più d’un turco, viene rapito insieme alla compagna Dori Ghezzi dalla sarda anonima sequestri nel ’79 e ispirazione per i suoi capolavori è quella Via del campo, prolungamento della famose e ligure Via Prè, strada ch’è culla e ghetto di tutti coloro che nel Mondo non trovano posto: prostitute e bombaroli, minoranze etniche e diseredati, drogati e ubriaconi…

Di ognuno di loro De Andrè cantò, esaltò, l’essenza: non condonò l’errore, si prodigò affinchè l’Uomo avesse una seconda opportunità…

Tant’è che don Andrea Gallo chiude la lettera, sempre già citata, con parole che, insieme, sono inno al valore artistico del defunto De Andrè e monito per quanto desiderano vivere appieno sospinti dal vento del mattino di Pasqua: “caro Faber, parli all'uomo, amando l'uomo. Stringi la mano al cuore e svegli il dubbio che Dio esista”.

E grazie, Faber caro! E sai perché? Perché leggendo fra le righe e ascoltando fra le note dei tuoi brani ho scoperto cosa significa, tra l’altro, farsi prossimo: non giudicare mai. Significa porsi sempre accanto l’altro, offrendogli, coi propri arnesi del mestiere, un nuovo sogno. Un bacio, Faber, fra le nuvole, il Cielo e la sala d’incisione del buon Dio!

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