Sabato, 24 Luglio 2021

Inchiesta "Rasoterra", ai migranti venticinque euro per dodici ore di lavoro | VIDEO

"Rasta" e "Cafù" erano i due caporali africani al servizio di Filippo Raso. Il questore Megale: "Controlli amplificati per frenare il caporalato"

Venticinque euro al giorno per dodici ore di lavoro nei campi a raccogliere agrumi, sotto il sole cocente o la pioggia battente. Era questa la paga, ben al di sotto delle cifre stabilite dai contratti di lavoro per il settore agricolo, che "Rasta" e "Cafù": i due extracomunitari diventati caporali al secolo Ibrahim Ngom e Kader Karfo (rispettivamente senegalese e ivoriano), promettevano ai migranti sfruttati nei campi della Piana di Gioia Tauro che venivano reclutati nella baraccopoli di San Ferdinando. 

Manovalanza a basso costo da sfruttare senza scrupoli. Erano questi i tanti migranti finiti nelle maglie del gruppo griminale smantellato all'alba di oggi con l'operazione "Rasoterra". Un fenomeno criminale che, come specificato dagli investigatori in conferenza stampa, "ha visto nella baraccopoli di San Ferdinando e continua a vedere tutt’oggi, un sostanziale incontro fra domanda e offerta, la domanda che proviene da innumerevoli datori da lavoro che cercano manodopera a basso costo e un'offerta che, invece, è rappresentata dai tanti migranti pronti ad accettare queste condizioni di sfruttamento".

Un'azione di reclutamento "collaudata" che, per gli uomini del questore Bruno Megale, ha visto al centro del meccanismo Filippo Raso: elemento considerato vicino all'ex casato di nrangheta dei Piromalli-Molè, che per tramite dei due caporali - uno dei quali attivo anche a Caserta, dove è stato rintraccioato, ed ad Foggia - riusciva ad ottenere  il reclutamento costante di manodopera "atta ad assicurare esigenze di qualsiasi natura".

Il principale indagato, come spiegato dal dirigente della Squadra mobile Francesco Rattà, poteva contare anche su rete di faccendieri italiani, anch'essi attinti dalla misura cautelare, che con vari compiti "erano deputati a reclutamento della manodopera, al controllo e al trasporto dei migranti nei campi".

In oltre due anni di indagini gli investigatori della polizia non hanno raccolto nessuna denuncia preventiva, solo constatazioni di fatto nel momento delle ispezioni, e allora per venire a capo del rebus investigativo gli uomini di Bruno Megale hanno dovuto fare affidamento sulla loro esperienza professionale.

Le intercettazioni, ed il lavoro di riscontro sul campo effettuato dagli uomini del commissariato di Gioia Tauro, diretto da Diego Trotta, hanno offerto un quadro disarmante e desolante di sfruttamento.  "Portami sette operai -  si dicevano i soggetti indagati - i lavoratori non stanno lavorando mandami qualcuno per controllarli, le cassette devono essere più piene".

Una piaga sociale, quella del caporalato, contro la quale la Questura di Reggio Calabria - come ricordato dal questore Buno Megale in conferenza stampa - sta lavorando quotidianamente.  "La numerosa e costante presenza di migranti - ha detto - ha fatto insorgere il timore, come perlatro successo nel passato, di derive intolleranti. Anche per questo abbiamo intensificato i controlli, sia dal punto di visto investigativo che dal punto di vista preventivo effettuando accessi quotidiani nelle aziende".

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