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Il tormentone

Dai canti di sdegno di Profazio alla revenge song di Shakira

Nella nostra musica folk le origini delle canzoni di invettiva per un rifiuto d'amore, che oggi ispirano la popstar colombiana

La popstar Shakira (e le sue colleghe tradite, rifiutate e furiose) non ha inventato niente. La revenge song, canzone infarcita di invettive verso un ex partner poco gentiluomo che lancia fuoco fiamme su amori finiti, è materia più antica, di altra musica e altre latitudini. Le nostre, precisamente. Alle quali s’ispirò per alcune sue ballate pure Fabrizio De André.

Il folk calabrese, come quello siciliano, ha un filone ricchissimo di cosiddetti canti di sdegno, attraverso i quali si inviavano messaggi di offesa e orgoglio ferito all’indirizzo di chi aveva detto no a un approccio amoroso o scelto un altro pretendente. Il cantautore Otello Profazio nei suoi “Stornelli di sdegno” non le manda a dire: “Tu chi perdisti a mia, perdisti assai, ieu chi perdia a tia non perdia nenti, ieu campu mi ti dugnu peni e guai, undi mi ‘mbatti ti dugnu tormenti”. Parole dure che appaiono progenitrici della competizione tra la Ferrari e la Twingo di Shakira in un parallelismo perfetto: così come l’artista reggino sentenzia che tra i due è la donna che ci ha perso, la cantante colombiana disprezza l’ex Piquè derubricandolo a ragazzino indegno di lei, magnifica lupa.

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Negli Stornelli di sdegno di Profazio "amore e odio facce dello stesso sentimento"

“Lo sdegno in realtà è amore”, spiega Otello Profazio. “Perché se io dedico un pensiero rabbioso a una persona, significa che non l’ho dimenticata e lei è sempre nella mia testa. Amore e odio sono due facce dello stesso sentimento”.

La carica delle signore del pop che replicano a colpi di note al male ricevuto dai loro amanti ha però un elemento di novità. Nel genere popolare infatti i canti di sdegno sono sempre maschili e rivolti dall’uomo alla donna, che lei pure cantava d’amore ma non in termini vendicativi ed esprimendo invece struggente passione.

In “Ciuri ciuri”, tradizionale brano siciliano, i sospiri della ragazza (una delle due voci del canto) sono dolori di un mal d’amore e tradiscono semmai una sussiegosa ritrosia: “Si troppu dispittusu tu ccu mia, cascu du lettu su mi ‘nsonnu a tia, si bruttu ‘nta la facci e ‘nta lu cori, cu tia ju’ non mi vogghiu maritari”. E poi - qui Shakira approverebbe - aggiunge: “Amara a cui li tò paroli criri. L’omini siti tutti munsignari, jù non ti vogghiu no! Ti nni pò iri”.

Otello Profazio ha però fatto cantare a una donna, la collega sicula Rosa Balistreri, versi di bramosia in “Amuri amuri”, dove l’innamorata che desidera vedere l’oggetto dei suoi palpiti somiglia a una stalker. Più tardi Sting lo avrebbe detto con “every step you take I’ll be watching you” (ogni passo che farai io ti starò guardando”), ma Profazio e Balestreri lo spiegarono in questo modo: “E vegnu attornu a tia comu la nebbia, comu a lu cacciaturi cu la quagghia. Guarda ‘stu cori comu s’assuttigghia, comu ferru filatu a la tinagghia”.

La ragazza quasi bracca con lo sguardo il concupito, come un cacciatore con la quaglia. E il suo cuore si stringe nella morsa di una tenaglia.

Il dissing tra amanti delle canzoni folk calabresi

Feroci dissing, botta e risposta al vetriolo tra amanti o aspiranti tali si ritrovano in molte canzoni folk calabresi ispirate dalla tradizione orale che si ascoltava tra i vicoli dei paesi. In un canto della zona di Melicuccà, lei attacca: “Tu va dicijinnu ca nò m ‘à vulutu pecchì nò dici ca nò m’aji avutu”. E lui ribatte: “Tu va dicijinnu ca muuru ppè ttìja, ndrà ssà h’jiumara ‘ngì nu ciucciu muurtu. Chissu è l’amanti ca more ppè ttija”. 

Traducendo per i meno esperti dell'oriunda lingua, entrambi si rinfacciano con derisione e frecciatine salaci di non provare nulla l'uno per l'altro.

Ma è davvero da brividi l’anatema di un cantore respinto: “Figghiola, t’aju ‘n odiu mortali, mancu lu nomu toi pozzu sentiri. Vorrissi mi ti viu a lu spitali, cu na freva maligna n’ta li rini” - nel quale si arriva ad augurar con odio un brutto male alla donna che non lo ricambia. 

Le dinamiche sentimentali tra i sessi sono uguali dalla notte dei tempi, e le arti le rappresentano facilmente in schemi riconoscibili da tutti. A qualche cinefilo i canti di sdegno sembreranno schermaglie familiari perché qualcosa di simile cantava la Bersagliera Gina Lollobrigida a cavallo dell’asinello Barò, passando davanti al carabiniere che l’aveva lasciata. “De te me so’ scordata, l’amore se n’è juto, perché tu hai creduto a tante infamità. A fa’ la donna onesta davvero non conviene, si soffron danni e pene, è meglio pazzià”. E tornando alla musica, Marco Masini si sfogava appellando la ex come "Bella stronza".

Pronto a tornare in sala di registrazione per un nuovo disco che annuncia provocatorio nel titolo (“Donne, puttane e uomini”) e nei temi, Otello Profazio annuncia di voler scardinare gli stereotipi e anche la tradizionale struttura patriarcale dei canti folk, dove la femmina è da sempre preda e l’uomo detta tutte le regole di corteggiamento, seduzione e conquista: “Forse farà discutere, ma vorrei far capire che la vera prostituta è l’uomo”.

Shakira sarebbe assolutamente d’accordo.

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