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Cronaca

Detenuto aggredisce giovane medico nel carcere di Arghillà, la solidarietà dell’Ordine

Nonostante l’aggressione il camice bianco ha portato a termine il turno. L'Ordine reggino chiede maggiore attenzione per i colleghi che svolgono la loro attività presso le strutture carcerarie

Dopo l'aggressione subita da un giovane medico di guardia all'interno del carcere di Arghillà, l'Ordine di Reggio Calabria esprime vicinanza al professionista colpito al volto con un pugno da un detenuto con problemi neuropsichiatrici e di tossicodipendenza e invalido ai sensi della legge 104.

"L’enorme ed encomiabile sforzo profuso dai medici durante questa terribile epidemia, peraltro ancora in corso, speriamo non venga dimenticato troppo velocemente, neppure da chi vive il disagio del carcere". Il medico ha subito l’episodio di ingiustificata violenza proprio mentre era stato chiamato, nel cuore della notte, ad effettuare una visita urgente in cella, rimediando una forte contusione allo zigomo con prognosi di 7 giorni.

Nell’esprimere incondizionata solidarietà l'Ordine rende "merito al collega che, nonostante la giovane età e dimostrando notevole senso del dovere, spirito di sacrifico e piena aderenza ai principi e valori ippocratici, è rimasto in servizio fino alla fine del proprio turno per non lasciare sguarnita la postazione ed essere, quindi, disponibile per eventuali necessità dei detenuti, recandosi, subito dopo, per le cure del caso.

Sebbene l’episodio sia avvenuto all’interno della casa carceraria, non nascondiamo una certa amarezza per la tempistica in cui si è verificato questo deprecabile gesto ovvero in piena emergenza Covid-19, in cui centinaia di medici, alcuni dei quali tornati in servizio dalla pensione, per l’occasione, hanno sacrificato sull’altare della tutela della salute dei cittadini persino la propria vita.

Nello specifico, raccogliendo il disagio dei colleghi che svolgono la loro attività presso le strutture carcerarie del territorio reggino, è doveroso richiedere maggiore attenzione per gli stessi che sono costretti, molto spesso, a svolgere il servizio completamente soli, senza l’ausilio neppure di un infermiere e che, nel silenzio dei media, subiscono quotidianamente minacce ed offese pesanti.

Va rimarcato, inoltre, che la maggior parte di loro, sono giovani, sia uomini che donne, tutti ossequiosi ai valori del giuramento solennemente prestato prima di svolgere quella professione che è, per eccellenza, a tutela della vita e della salute dell’individuo".

Nello stesso tempo, "auspichiamo per gli stessi medici impegnati nell’assistenza carceraria, la sottoposizione periodica ai tamponi e l’adeguato rifornimento di dpi a tutela della loro salute, in questo frangente in cui il virus, seppur in ritirata, sta continuando a circolare sul nostro territorio".

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