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La cattura

L'idea di "Diabolik" di costruire una "famiglia unica" con la 'ndrangheta

Nelle parole di un collaboratore di giustizia, raccolte dalla procura di Torino, i rapporti fra il boss di Cosa nostra e i mammasantissima calabresi

L’idea di Matteo Messina Denaro “Diabolik” era quella di costruire “un’unica famiglia” di mafia. Per questo il boss di Castelvetrano, arrestato questa mattina a Palermo dai carabinieri del Ros del generale Pasquale Angelosanto, avrebbe stretto un patto con i capibastone della ‘ndrangheta calabrese.

A raccontare questo retroscena alle forze dell’ordine ed ai magistrati della procura di Torino è stato un collaboratore di giustizia nell’ambito del maxiprocesso Carminius-Fenice sulla presenza della criminalità organizzata nella zona di Carmagnola.

“Nel 2015 Matteo Messina Denaro e altri capi di Cosa Nostra avevano stretto un patto con i capi della ‘ndrangheta per lavorare insieme e diventare un’unica famiglia”, queste le parole del collaboratore di giustizia riportate dai magistrati di Asti nelle motivazioni della sentenza del processo Carminius-Fenice.

Il boss trapanese è stato catturato questa mattina dai carabinieri del Ros, dai militari del Gis e della Legione Sicilia. Matteo Messina Denaro, da quanto si è potuto apprendere, ha provato a fuggire ancora una volta davanti ai militari che lo stavano accerchiando. L’uomo più ricercato d’Italia era in fila presso una clinica privata di Palermo per effettuare un tampone anti Covid, prima di essere sottoposto alle cure per un grave problema di salute, ed agli operatori sanitari aveva comunicato il nome di Andrea Bonafede.

Alla vista dei carabinieri, il boss trapanese ha provato a scappare ed è stato bloccato all’interno di un bar ubicato nei pressi della struttura sanitaria nel quartiere San Lorenzo.

Cappellino di lana in testa, occhiali scuri a proteggere quel lieve strabismo che avrebbe potuto inchiodarlo con immediatezza e pesante cappotto di montone sulle spalle, così Matteo Messina Denaro, toccato nel fisico da un grave problema di salute, ha lasciato la caserma San Lorenzo dei carabinieri, scortato da sette militari del Ros e del Gis, per essere trasferito in una località protetta.

L'uscita del boss dalla caserma dei carabinieri: il video

Il tutto senza nessuna segnalazione esterna, secondo quanto apprende l'Adnkronos da fonti investigative. Matteo Messina Denaro, come hanno specificato gli investigatori che lo hanno rintracciato in una giornata piovosa a Palermo, è stato arrestato solo grazie alle indagini, condotte dai carabinieri del Ros, che lo hanno stanato nella clinica La Maddalena di Palermo. I carabinieri sono riusciti ad arrivare a lui solo ad anni di indagini.

Così, questa mattina, i carabinieri del Ros hanno interrotto una latitanza record. Trent'anni trascorsi, come scrive l’Adnkronos, sotto traccia prima dell'arresto oggi da parte dei carabinieri del Ros in una clinica privata di Palermo dove si era recato per effettuare alcune terapie.

Il profilo dell'ex primula rossa

L'ex primula rossa, indicato dall'Europol nel 2016 tra i latitanti più pericolosi d'Europa, dopo l'arresto di Totò Riina e Bernardo Provenzano, era ritenuto capo di Cosa nostra, ultimo grande latitante di mafia.

Figlio del capomafia di Castelvetrano, Francesco Messina Denaro e alleato dei corleonesi già dalla guerra di mafia dei primi anni '80, nel 1992 fece parte del gruppo di fuoco scelto per uccidere Giovanni Falcone e il ministro Claudio Martelli, usando kalashnikov, fucili e revolver, che lui stesso aveva procurato. Lo stop all'attentato a Roma avvenne fu dato da Riina, che decise che il magistrato dovesse essere ammazzato a Palermo.

L'ex superlatitante è stato condannato all'ergastolo per gli omicidi, tra l'altro, del piccolo Giuseppe Di Matteo, sequestrato per costringere il padre Santino a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci, strangolato e poi sciolto nell'acido; e per le stragi del 1992 costate la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Un ruolo importante 'U siccu' e 'Diabolik' come venne soprannominato lo ebbe anche nelle stragi del 1993 in Continente per le quali è stato condannato all'ergastolo.

Dopo l'arresto di Riina, Messina Denaro fu favorevole alla continuazione della strategia stragista. La sua lunga latitanza inizia nell'estate del 1993, quando nei suoi confronti viene emesso un mandato di arresto. Fu, però, solo nel gennaio del 1996 con l'operazione 'Omega' dei carabinieri che emerse il suo ruolo di primo piano all'interno di Cosa nostra trapanese grazie anche alle dichiarazioni dei pentiti che ricostruirono 20 anni di omicidi.

Nel 2000, al termine del maxi-processo 'Omega' nato proprio da quel maxi blitz e che si celebrò nell'aula bunker del carcere di Trapani, che Messina Denaro venne condannato in contumacia alla pena dell'ergastolo. Negli anni gli investigatori hanno stretto il cerchio attorno all'ormai ex superlatitante, arrestando fiancheggiatori, prestanomi e uomini a lui vicini. Oggi, dopo 30 anni, e all'indomani dell'anniversario dell'arresto di Totò Riina, la fine della sua latitanza.

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