Giustizia è fatta, il colonnello Cosimo Fazio riconosciuto vittima del dovere

Il tribunale del lavoro, dopo sei anni, ha finalmente riconosciuto lo stato all'indimenticato uomo dello Stato. Ad annunciare la notizia, il figlio Antonino con un commovente post su Facebook

Il colonnello Cosimo Giuseppe Fazio

La perseveranza è ciò che rende l’impossibile, possibile. Una frase mai pronunciata da Antonino Carlo Fazio, ma che, mai come in questa giornata, gli calza perfettamente. Infatti, è solo grazie alla tenacia, alla volontà ed alla forza d’animo dimostrata dall’intera famiglia del colonnello Cosimo Giuseppe Fazio che, lui da oggi è per lo Stato italiano, una vittima del dovere.

Una battaglia lunga sei anni, quella portata avanti dalla famiglia Fazio, che ebbe inizio in quello sfortunato ferragosto del 2013, quando l’uomo delle emergenze, sempre in prima fila con discrezione e senza protagonismi, si recò in qualità di neo comandante del corpo dei vigili urbani, per dirigere le operazioni di sbarco di uno dei primi barconi di immigrati giunti al porto di Reggio.

Qui, sotto il sole cocente, il cuore del colonnello non resse e privò i suoi affetti di marito e padre esemplare e la comunità di un uomo dello Stato di innegabile onestà e rettitudine. Da quel triste giorno, la famiglia, con in testa il figlio Antonino Carlo, oltre a dover gestire il dolore per la perdita improvvisa, si trovò a doversi scontrare con l’assurda decisione, da parte del ministero degli Interni, di negare lo status di vittima del dovere ad un uomo che del ‘dovere’ aveva fatto la sua ragione di vita. In questi anni, la famiglia, ha dovuto buttare giù bocconi amari. Ha scoperto chi era sincero nel proprio sentimento e chi no.

Ha scoperto che ‘anche nella morte’ c’è una differenza sostanziale. Una condizione, quest’ultima, che il figlio Antonino (insieme a lui anche la madre Giovanna e la sorella Alessandra) non hanno voluto accettare, nè subire. Così ebbe inizio la lunga battaglia che non si è fermata davanti a nulla, nemmeno al cospetto di due dinieghi ricevuti da parte del ministero degli Interni, una battaglia che oggi, può finalmente dirsi conclusa nel migliore dei modi.

Sempre Antonino, come ha fatto qualche settimana prima della sentenza, affida ad un post su Facebook, la gioia per una delle notizie che aspettava da tempo e come un ‘bimbo quando riesce ad andare da solo in bici per la prima volta, si rivolge al padre per digli: “papà ce l’ho fatta”.

“Sei volte grazie. Sei come questi anni di battaglie senza sosta, che hanno visto me e la mia famiglia impegnata in un vergognoso braccio di ferro con il Ministero degli Interni”. Sono stati anni pesanti –confida Antonino- che non mi hanno permesso di piangere mio padre, con la serenità che meritavamo. Anni che mi hanno visto spesso al tappeto, caduto ad ogni diniego che il ministero mi presentava, una sorta d’insulto al sacrificio di mio padre e, indirettamente, di tutte le donne e gli uomini che indossano una divisa”.

“Anni in cui –ricorda tristemente il figlio del colonnello - ho dovuto subire anche la stupidità e l’ignoranza di un onorevole della Repubblica Italiana (calabrese) e di un altro esponente politico, che si permisero di dire che il mio desiderio di giustizia fosse immotivato, perché questi ritenevano (e scrissero pubblicamente) che mio padre fosse un “semplice morto d’infarto”. 

“Anni in cui ho trovato nuovi amici e, sempre al mio fianco, quelli "vecchi" che mi sono sempre stati vicino, sollevandomi da terra quando credevo di non farcela più. Gli stessi che hanno gioito oggi nell’apprendere la lieta novella. Anni che mi sono serviti per crescere e maturare, che mi hanno insegnato tanto, soprattutto a non mollare mai, quando sai di essere nel giusto e sei convinto degli ideali per cui ti batti”.

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”Chiedo scusa –conclude Antonino- a chi, standomi vicino, ha dovuto subire il nervosismo del mio carattere non facile, che nei momenti più duri, mi ha fatto diventare intollerante e con una immensa voglia di star solo. Ma finalmente, dopo sei anni, ho vinto la mia battaglia”. 
 

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