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Domenica, 2 Ottobre 2022
Il caso / Gioia Tauro / porto

Crisi energetica, il rigassificatore di Gioia per chiudere i rubinetti russi

Tema caldo della campagna elettorale, l'impianto reggino non è inserito nella nuova mappa del governo ma si allarga il fronte dei sostenitori

La crisi energetica scoppiata insieme alla guerra ha rimescolato le carte derubricando l'inquinamento e i cambiamenti climatici all'emergenza di trovare fonti di approvvigionamento indipendente. Ripensando da un'ottica diversa tutto quello che è accaduto dal 2005, anno di entrata in vigore del protocollo di Kyoto, trattato internazionale finalizzato a ridurre progressivamente le emissioni inquinanti e con un capitolo importante sulle fonti di energia.

La nuova, necessaria riflessione va oggi nella direzione di privilegiare il gas come rifornitore sicuro di elettricità, soprattutto nelle situazioni in cui le rinnovabili, legate ai fenomeni atmosferici, non offrono certezze. L'obiettivo però a sopperire ai rubinetti della Russia e in questo panorama mondiale di massima allerta, l'Italia ha aperto i suoi fronti di azione, che coinvolgono anche la provincia reggina.

Rigassificatore di Gioia, un dibattito riacceso dalla campagna elettorale

Il rigassificatore di Gioia Tauro, che negli ultimi mesi ha vissuto alterne vicende, è tornato prepotentemente in primo piano come tema caldo della campagna elettorale. Il progetto già approvato di Iren-Sorgenia è fermo da un decennio perché oggetto dello scontro nazionale su decarbonizzazione ed energia pulita, meta finale europea entro il 2050 e portato avanti dal centrosinistra. Ora il centrodestra è tornato alla carica in chiave elettorale, inserendo il sito gioiese nella mappa dei rigassificatori italiani, dove il sud è considerato punto strategico potendo attingere dai giacimenti africani e ambire al ruolo di polo mediterraneo con proiezioni europee.

Non la pensa così il ministro della transizione ecologica Cingolani, che nella ridefinizione degli impianti non ha inserito quello di Gioia (pur rilanciato lo scorso marzo dal collega Giovannini), spingendo il nostro governatore Roberto Occhiuto a ribadire che invece si tratterebbe di un serbatoio capace di produrre un terzo del gas attualmente proveniente dalla Russia. A sostenere questa tesi e caldeggiare la partenza dell'impianto reggino è stato a sorpresa in questi giorni anche il sindaco di Torino Stefano Lo Russo (Pd), facendo montare una polemica perché le sue parole pro rigassificatori sulla Gazzetta di Mantova sono contraddittorie rispetto alla linea, opposta, del suo partito. La sua comunanza d'idee con Occhiuto, in realtà, a queste latitudini non stupisce e ricalca l'orientamento dei dem calabresi (si ricorderà che la genesi progettuale dell'opera avvenne con Agazio Loiero). Lo Russo, accademico e geologo, dunque tifa per Gioia Tauro rispetto agli investimenti che il ministero vorrebbe stanziare solo per Ravenna e Piombino e si spinge a dire che grazie all'entrata in gioco del impianto reggino si arriverebbe alla salvezza, cioè chiudere i rubinetti russi. Il governatore azzurro ha assicurato di aver discusso con Cingolani per convincerlo dell'importanza del sito calabrese e si dice ottimista. Le autorizzazioni sono sempre valide e il presidente ipotizza che si potrebbe partire subito e concludere in tempi brevi (da tre a cinque anni). 

Punti critici e potenzialità di un progetto snobbato dai governi

Ma dalla teoria alla pratica, esistono molte criticità in questo progetto, datato 2013. L'impianto, che ha superato la valutazione d'impatto ambientale, ha una capacità di 12 miliardi di metri cubi annui (il più grande dell'area mediterranea) e un costo stimato di 1,8 miliardi. La zona di interesse comprende i territori di Rosarno e San Ferdinando. Il sindaco di quest'ultimo comune, Andrea Tripodi, è contrario perché ritiene pericoloso agire su un sito altamente sismico ed è convinto che l'attenzione per quest'opera penalizzerebbe l'espansione e lo sviluppo delle attività marittime dell'area portuale.

Il primo dubbio riguarda il tipo di struttura, una piastra fissa nel porto di Gioia, che appare meno fruibile rispetto al modello galleggiante ma lo rende adatto a diventare l'hub di eccellenza del gas cui aveva parlato l'ex premier Draghi. La posizione fissa, che ne impedirà lo spostamento, rischia però di mandarlo in pensione entro il 2050, data cruciale dell'azzeramento delle emissioni di gas che l'Europa si è impegnata a rispettare secondo l'accordo di Kyoto. 

Un altro tema è l'allargamento degli investitori, che deve avere un nuovo respiro extra nazionale, guardato con favore anche da Sorgenia, che due anni era disponibile a cedere una quota del progetto partner europei. Ecco perché oggi che ogni previsione ambientale sembra labile di fronte allo spauracchio di rigidi mesi invernali senza energia elettrica, occorre dare fondo a tutti i portafogli disponibili, e in fretta. E dobbiamo dircelo impietosamente: quello che sta infiammando la campagna elettorale calabrese è la prova che, nella rapida riprogrammazione degli investimenti, ancora una volta siamo stati esclusi. E per Gioia Tauro l'ambizione di Silicon Valley mediterranea sfuma nell'ennesimo miraggio.

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