Domenica, 14 Luglio 2024
L'intervento

Giornata della Memoria, Marino: "Non c'è spazio all’analisi sulle pratiche razziste"

Secondo il presidente dell'associazione Un mondo di mondi la strategia della ri-nominazione è centrale per colpire le nuove vittime

Conservare la memoria affinché gli orrori del passato non si ripetano più. È questa la finalità della giornata della Memoria,  istituita in Italia con la legge nr 211 del 20 luglio 2000.  Un evento che si rinnova da più di 24 anni pur avendo la finalità, ma secondo Giacomo Marino, presidente dell'associazione Un Mondo di mondi, "in realtà non ha mai contribuito a contrastare i fatti del razzismo che si ripetono ogni giorno".

Qual è il motivo di questa contraddizione ?

"La memoria celebrata è museale, - spiega Marino - svuotata di qualsiasi intento analitico  e attualizzatorio. Il focus del ricordo è centrato esclusivamente sullo sterminio degli ebrei operato dai nazisti e dai fascisti nei lager,  non lasciando alcuno spazio all’analisi sulle pratiche razziste che sono state sviluppate anche per consentire lo sterminio. 

Il nazismo ed il fascismo purtroppo hanno saputo applicare in modo molto efficace il razzismo già esistente in Europa da secoli non solo nel suo aspetto cruento dei  campi di sterminio,  ma anche in quello latente  coniugandolo con la tecnologia, la scienza e l’organizzazione burocratica di quei tempi. In questo modo hanno sviluppato una serie di pratiche razziste che dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nonostante la formale condanna del razzismo nazi-fascista, sono state applicate fino ad oggi con un’attenta attualizzazione. Ma la giornata della Memoria non si occupa di questo.

Il  tema  è però trattato molto bene nel libro “Imparare a Resistere, Per una Pedagogia della Resistenza” scritto dal pedagogista Raffaele Mantegazza  nel  2021  e pubblicato da Mimesis. Nel capitalo dedicato alla pedagogia dell’annientamento, dalla  pagina  17 alla pagina 22,  Mantegazza scrive: “Parlare dell’unicità della Shoah ha portato spesso a una sorta di cortocircuito mentale, in gran parte involontario, che portava ad affermare che, dal momento che nulla potrà mai pareggiare l’orrore della Shoah, essa si pone come evento imparagonabile. Questo ragionamento, oltre a dar luogo a una sorta di mistica della Shoah, che porta alla destoricizzazione dell’evento e quasi a una sua metafisicizzazione, ha avuto come conseguenza l’ostracismo contro ogni tentativo di attualizzazione dei temi relativi all’Olocausto.”

"Se sono ovviamente da criticare posizioni meccanicistiche che applicano tout court alla realtà attuale le categorie del sistema  concentrazionario nazista (“il manicomio lager”, “il canile lager”), è invece fondamentale capire come le pratiche di umiliazione e spersonalizzazione, sperimentate per la prima volta in modo sistematico ad Auschwitz, sono sopravvissute ai Lager ed esistono ancora, non semplicemente sparse ma in un ordine e una globalità nascosta e perciò estremamente pervasiva".

”Se Auschwitz è stata finora la cosa peggiore che sia potuta accadere agli esseri umani, ciò non significa che proprio grazie ad Auschwitz non sia possibile pensare a qualcosa che vada oltre l’orrore di Auschwitz; se la Shoah è stata il connubio tra massimo della tecnologia e massimo della barbarie, l’accelerazione della tecnologia negli ultimi decenni  rende possibile l’elevazione di tale connubio all’ennesima potenza.

Scrivevo vent’anni fa: “Usando una metafora un po’ forzata, possiamo dire che ci troviamo di fronte a una sorta di ‘esplosione’ delle categorie spaziali, temporali, simboliche del Lager, che sarebbero poi ricadute ‘a pioggia’ nelle istituzioni delle società cosiddette democratiche, perdendo così in leggibilità e identificabilità, ma non in forza espropriatrice”.

"Aggiungerei oggi solamente che queste categorie, nella loro ricaduta, si sono modificate, aggiornate e soprattutto riaggregate tenendosi al passo con lo sviluppo della tecnologia".

Mantegazza prosegue nella sua analisi elencando una serie di pratiche razziste operate ai  nostri giorni  che   sono  la perfetta attualizzazione delle pratiche del nazismo e del fascismo.

“Qualche anno fa fece il giro del mondo la foto, proveniente da un centro di  prima accoglienza italiano, che raffigurava un migrante in mutande al quale qualcuno faceva la doccia utilizzando una canna dell’acqua; a me venne immediatamente in mente Auschwitz e la spoliazione coatta dei deportati, il continuo attentato al loro pudore.”…

L’autore continua la sua riflessione elencando dei casi di leader politici attuali che pubblicamente colpevolizzano persone di origine straniera e osservando che queste azioni sono simili a quello che accadde in Germania nella tragica notte dei cristalli quando gente comune era stata autorizzata e sollecitata  ad andare nei luoghi dove vivevano e lavoravano gli ebrei per stanarli e metterli alla gogna.

“ E il senso della gogna, della colpevolezza aprioristica agiscono in profondità sulle vittime, la cui umiliazione fisica è rilanciata dal sistema mediatico, anche quando la notizia è data per stigmatizzare il comportamento; e questo ripetersi delle immagini suscita i ghigni compiaciuti dei tanti razzisti sparsi nei territori del web.”

Secondo Marino "la stessa pratica della gogna mediatica, della colpevolizzazione aprioristica  si sta applicando, negli ultimi tempi, contro i rom italiani nella città di Reggio Calabria e nella Regione Calabria ad opera delle istituzioni pubbliche e dei media".

”Altre dinamiche tipiche delle attuali migrazioni di massa verso l’Occidente richiamano situazioni di spersonalizzazione e di umiliazione. I ragazzi migranti che portano con sé la pagella cucita all’interno dei vestiti o le donne che stringono tra le mani un sacchetto della propria terra stanno affrontando una esperienza analoga a quella dei deportati ebrei ai quali veniva imposto di preparare una sola valigia all’interno della quale mettere tutto ciò che si voleva portare con sé".

"Di questi esseri umani si dice che “fuggono dalla guerra” come se “la guerra” fosse un evento naturale simile a una eclissi di sole; queste persone non sono costrette a fuggire da un ufficiale delle SS ma da un fenomeno che è stato causato dall’Occidente che, però, attraverso pratiche di distanziamento, ribalta sulle vittime la responsabilità della loro condizione. Non c’è un ordine diretto di evacuazione come nei ghetti, c’è una situazione internazionale economica e militare che fa sì che gli interessi dell’Occidente, come una cascata, come un domino, travolgano migliaia di esseri umani e li pongano fisicamente su un barcone.

Queste persone non hanno scelta, come non l’avevano i deportati, solo che oggi il tutto viene nascosto dietro l’idea di una migrazione volontaria. Il diritto delle persone a migrare dovrebbe essere garantito ma, in questo caso, non ci troviamo di fronte all’esercizio di un diritto, bensì a una costrizione; non è corretto confondere lo ius migrandi con una forma latente di deportazione”.

"I resti umani (dei migranti) che giacciono nel Mediterraneo sono probabilmente destinati a rimanere senza nome, e le procedure di identificazione di coloro i cui cadaveri vengono recuperati sono difficili e spesso osteggiate”.

"Se i pesci del cosiddetto “mare nostrum” hanno nei loro stomaci Dna umano per la prima volta nella storia, significa che lo sterminio dei migranti ha fatto compiere un salto di qualità dell’orrore all’ecosistema, un po’ come accadeva nei campi di sterminio nei quali emergevano malattie ormai debellate da secoli. Siamo di fronte a un nuovo unicum, alla presenza sotto il mare di un continente umano scomparso che richiama il mito dell’antica Atlantide”.

Oltre alla strage dei migranti oggi stiamo assistendo alla più cruenta strage di Palestinesi a Gaza, dopo decenni di un’azione di inferiorizzazione di queste persone che ha preparato quello a cui stiamo assistendo.

 “La strategia della ri-nominazione è centrale, oggi come ieri, - continua Giacomo Marino -  per colpire le nuove vittime: alla perdita del nome individuale subentra la riduzione del soggetto al nome collettivo “migranti” o al più perfido “clandestini”, oppure la nominazione selettiva, per cui la stampa raramente omette la provenienza di una persona che ha commesso un reato quando questa è di origine straniera (“marocchino uccide due persone”) e non fa la stessa cosa per gli italiani.” Si tratta della riduzione dell’individuo a un gruppo e dell’attribuzione surrettizia a quel gruppo di caratteristiche per lo più inventate (“sono tutti uguali”, “tutti spacciano”, “tutti stuprano”), una ghettizzazione linguistica che è affiancata dalla ghettizzazione urbanistica che ha poco da invidiare a quella nazista.

La deindividualizzazione del soggetto a favore di un suo stemperamento nel gruppo era tipica anche dei campi nazisti”. Nei quartieri delle città le persone migranti o straniere sono di fatto costrette in spazi precisi che poi le si accusa di avere “invaso”; la separazione e la marginalizzazione è presente nelle scuole, dove assistiamo a una ghettizzazione a rovescio: sono i cosiddetti italiani puri che ritirano i loro ragazzi dalle scuole ad alta presenza di migranti, è la razza ariana che si autoghettizza, e, quando un ragazzo straniero si iscrive in una scuola statale, i genitori italiani affermano che “così i nostri figli restano indietro”, in una concezione competitiva dell’educazione sulla quale torneremo ma che ha l’effetto di indurre un senso di inferiorità e di colpa nel nuovo arrivato.

Se vengono erette barricate da cittadini italiani in alcune città per impedire che un pugno di profughi venga accolto, ci si chiede cosa deve ancora accadere perché si capisca che ormai la Notte dei cristalli si è abbondantemente ripetuta”.

La strategia della ri-nominazione per colpire delle minoranze è esattamente l’etnicizzazione che viene applicata costantemente  per i rom nella nostra città da parte di tutte le istituzioni e perfino dalle scuole".

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