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L'intervista / Seminara

Santo Gioffré in pensione dopo una carriera nella sanità pubblica: "Ho curato tutti, anche gli invisibili"

Il medico e scrittore di Seminara racconta il suo lavoro, la grande accusa all'Asp di Reggio Calabria e la militanza contro le diseguaglianze

Dopo 38 anni da medico vissuti come una missione, per Santo Gioffré arriva il pensionamento. E' stato un tempo scandito da spirito di servizio alla collettività, battaglie – con in testa il coraggioso j’accuse sul buco finanziario nell’Asp di Reggio Calabria – e impegno per garantire la sanità a tutti, come accadde per i 17.546 esami ecografici effettuati nell’ambulatorio di ginecologia di Palmi grazie alla strumentazione donata dalla Provincia di Reggio, di cui era assessore. Medico e oppositore di ingiustizie e fascismi, ma anche scrittore e storico con un libro, "Artemisia Sanchez", che divenne serie tv Rai e gli valse l’amicizia con il grande Lucio Dalla - l'ultimo, "Fadia" è ambientato nella Siria messa a fuoco da guerra e terrorismo. Ma avvincente come un romanzo è anche la storia personale di Santo Gioffré, che ripercorriamo insieme in questa intervista.

Ha appena concluso la sua carriera professionale svolta interamente nel settore pubblico. Raccontiamo come iniziò quando la vita sembrava avere altri piani ma lei decise di fare questa scommessa, in Calabria.

“Vinsi il concorso per assistente di ostetricia nell’Asl 26 di Palmi agli inizi del 2006. Lavoravo già nel reparto di ostetricia dell’ospedale di Scandiano, in provincia di Reggio Emilia, con stipendio molto alto e in uno dei migliori centri oncologici di una regione dove la sanità pubblica era una super eccellenza. Il primario era un oncologo-ginecologo di fama che mi aveva preso in grande stima. In quei mesi, tra l’altro, avevo vinto un posto di aiuto in quello stesso ospedale. Per altri, sarebbe stato l’inizio di una brillante carriera. Quando tornai in Calabria per comunicarlo a mio padre, vidi calare un velo di tristezza sul suo volto. Non mi disse nulla e mi disse tutto. Il tempo di trovare un ufficio postale e mandare telegramma di rinuncia al posto di aiuto fu un tutt’uno. Il primario, tanto ci teneva, si precipitò a Seminara per convincermi a ritornare in Emilia. Restai in Calabria".

Cosa significa essere un medico?

“Io mi sono formato dentro una scuola in cui la rigidità ideologica è stata faro per tutta la mia vita nelle relazioni sociali e l’uso della pratica medica è soprattutto un modello di comportamento sociale. La medicina deve essere un’arte che, al di là dei facili slogan, serve ad alleviare e combattere gli affanni fisici e le patologie che colpiscono di uomini. Il medico, in sé, si deve disperdere tra i dolori della gente senza alcun pregiudizio legato alla classe di appartenenza di chi ha bisogno o ai colori della pelle e senza pretendere nulla in cambio se non un sorriso, ma non perché la medicina è una missione morale, ma perché ricevere cure senza distinzione è il principio basilare dell’eguaglianza dentro uno Stato che dovrebbe garantirla".

"So che oggi questo mio dire attira ilarità e, nelle persone banali, derisioni. Io ho curato tutti. Non ho mai guardato nulla che non fosse il bisogno. Per questo, in questi giorni in cui, senza particolari finalità, ho annunciato il mio pensionamento, sono stato, con mia grandissima meraviglia, sommerso da centinai di messaggi, gran parte dei quali mi esprimevano ringraziamento per come mi sono comportato e grande dispiacere perché vado via”.

La sua specializzazione è alle nostre latitudini una vera e propria missione accanto a donne e famiglie. Cosa è cambiato da quando ha iniziato ad oggi, sul fronte dei consultori, le sale parto, la prevenzione e l’assistenza alle madri?

“Una volta, la ricerca spasmodica del benessere della donna, del suo diritto all’autodeterminazione e dell’estrema cura e salvaguardia di tutte le fasi della maternità e l’assistenza neonatale, erano uno dei maggiori indicatori di progresso dell’Italia. Iniziai la mia attività professionale quando la piena applicazione della legge 194/78, l’istituzione dei consultori familiari, dei servizi di screening oncologici e il concetto moderno di parto sicuro, avevano raggiunto il punto di massima attuazione".

"I consultori familiari erano ovunque. I ginecologi non obiettori, la maggioranza assoluta. Gli screening, tra gli anni 80 e 90, avevano abbattuto più della metà i tumori dell’apparato genitale femminile, come quelli della mammella. Pur non avendo le strutture sanitarie del Nord, qui da noi ci stavamo allineando. Negli ultimi 20 anni, tutto è precipitato. Man mano, si stanno chiudendo tutti i consultori familiari, non si fa più screening pianificato, le fasi della gravidanza, per difficoltà varie, come la chiusura di ben 18 ospedali e la mancanza di Ginecologi territoriali, di fatto, è privatizzata. In Calabria, poi, abbiamo una mortalità perinatale del 3%. La più alta d’Europa e ciò dice tutto”.

"Non critico l'attività privata, ma per me sulla medicina non si deve contrattare nulla"

Non ha mai voluto lavorare nel privato, molto più remunerativo e sicuramente con meno problemi da risolvere. Perché?

“Non demonizzo o critico chi fa attività privata. È una concessione di uno stato che persegue la diseguaglianza e, quindi, permesso. Solo che io non riesco ad intendere la medicina come qualcosa in cui si possa o si debba contrattare nulla. Io, epidermicamente, subisco il mio blocco ideologico. Per me curare la gente è un fatto normale. Tutti, anche chi non ha il diritto secondo uno stato diseguale. Senza alcuna distinzione, andando, anche, contro le disposizioni fatte da chi vuol creare barriere perché così deve essere”.

Non posso non parlare della sua grande denuncia all’Asp di Reggio Calabria, che ha scoperchiato una pentola di illegalità ma le ha anche portato dolori e ritorsioni (le è costata cara anche nel senso letterale del termine). Ma Santo Gioffré ne è uscito a testa alta. Come ricorda e racconta oggi questa vicenda?

“A volte, la notte, mi sveglio di soprassalto perché sempre lì ritorno.  Vivere un’esperienza del genere, dove un perfetto sistema di ruberie, protetto ad altissimi livelli, per 20 anni, tranquillamente ha depredato un patrimonio pubblico almeno di due miliardi di euro e che doveva curare il bene più prezioso dell’Uomo reggino, la salute e la vita, mi porta a capire che questa Terra non ha alcuna speranza. Nell’Asp ho visto lo stato di minorità ricercato per, poi, predicarlo e usarlo al fine d’imporre ogni punizione che si dà ai reietti: ‘tutti rubate, siete dei disonesti ed io vi punisco facendoti stare, per 15 anni, dentro i rigori del piano di rientro. Di fatto, togliendovi la sanità pubblica a favore di quella privata’. Lì, vigeva un sistema di sottrazione criminale di denari pubblici, dove era coinvolta una gran massa di gente in tutt’Italia, colletti bianchi, multinazionali del farmaco, grandi imprese private operanti nel campo della sanità, grossi studi legali, studi di commercialisti, faccendieri, procacciatori di fondi neri".

"L'esperienza dell'Asp di Reggio mi fa pensare che non c'è speranza per questa Terra"

"È incredibile, se non perché complici o compromessi, che nessuno si sia mai accorto di nulla, dal Governo in giù. Il fatto che nel 2013 il bilancio dell’Asp non venne approvato, ed è tutt’ora non approvato, perché mancavano o non erano certe le carte riferite alle entrate e uscite in quanto vi erano ben 400 milioni di euro di assegnazioni non regolarizzate, la dice tutta. Non è mai successo nulla. Fin quando comparvi io, lì, per mia grande sventura. Ed io non volevo diventare noto per questo. Subito, scoprii furti di ogni genere che ad altri erano passati, normalmente, sotto gli occhi, accecati. Bloccai transazioni false, fatte a Reggio e a Catanzaro nella Dbe, per 15 milioni di euro, sottraendoli ai ladri. Avevo capito come funzionava la cosa. Avevo iniziato a fare l’unica cosa che potesse dare respiro e cercare di sovvertire il sistema dei furti. Volevo ricostruire i bilanci degli anni passati. E lì, quando capirono che non mi sarei fermato, mi fermarono loro. Forse, se non fossero riusciti con un cavillo, come mi fu detto a Roma, l’avrebbero fatto in altro mortale modo".

Gioffré nella sede dell'Asp di Reggio Calabria

"Ma non mi hanno mai perdonato di aver osato andare oltre e non aver mai taciuto. Mi hanno perseguitato nei successivi anni per il gusto di trascinarmi nella polvere e per dire che tutti siamo uguali. Hanno usato di tutto, testimoni e documenti falsi. Poi, però, in Italia, il sistema giudiziario è, ancora, un baluardo Costituzionale e veder scritto, nella sentenza Ficher,  che ‘il commissario  Santo Gioffrè ha agito con diligenza durante tutto  il suo operato, in difesa dell’Asp di Reggio Calabria’, ecco, è bastato a ripagarmi di tutte le violenze e i dispiaceri che ho dovuto subire per aver osato attaccare il Potere. No, non c’è speranza per questa Terra”.

La sanità calabrese oggi, nonostante il piglio aziendalistico di Occhiuto, non ha risolto i suoi problemi tra strutture fatiscenti e abbandonate, promessi ospedali nuovi che non sappiamo se e quando li vedremo mai, e soprattutto la prospettiva dell’autonomia differenziata, a cui il nuovo governatore non si oppone. Come commenta la situazione attuale?

“La furbizia di Occhiuto, dopo aver preteso di diventare l’esclusivo gestore del sistema sanità in Calabria, avendo un governo amico, è stata quella di ottenere l’arrivo di ben 300 medici cubani che hanno impedito, momentaneamente, il collasso del sistema emergenza-urgenza in Calabria, con chiusura di pronti soccorsi e l’insorgere di rischi legali di ogni tipo. Di altro e di nuovo, non c’è nulla".

"L'autonomia differenziata porterà la sanità calabrese alla mercé del privato"

"Gli ospedali da costruire, al di là dell’uso utilitaristico e propagandistico dei proclami, staranno sempre fermi perché il problema è la volontà e le convenienze e i fattori umani. Come dice l’ultimo rapporto Svimez sulla sanità calabrese, noi già siamo fuori del sistema sanitario nazionale e l’autonomia differenziata, sottraendoci le già misere risorse economiche a favore dei ricchi del Nord Italia, ci porterà totalmente alla mercè del privato e dei sistemi sanitari del Nord Italia che già finanziamo con ben 320 milioni l’anno con l’emigrazione sanitaria”.

La sua posizione sui medici cubani non è stata negativa, quale bilancio fa ad oggi dell’impiego dei professionisti stranieri? Sta diventando un infinito tampone?

“Grandi professionisti perché a Cuba, il medico è completamento funzionale ai bisogni sanitari della gente. Paradossalmente, stanno tamponando il disastro e chi li ha chiamati è un sistema di governo regionale e governativo composto da anti-comunisti viscerali, per dire che il bisogno e l’avvertenza del pericolo, per loro, non fa testo. Se, al governo ci fossero stati altri, molto probabilmente, non avremmo avuto i medici cubani in Calabria perché la propaganda è madre di ogni ipocrisia. Per questo, io non mi sono opposto. Siamo altro, noi. M’interessava garantire il minimo di agibilità sanitaria in Calabria”.

Gioffré durante un incontro pubblico-2

L’iniziativa di accesso agli atti di Davide Tavernise ha messo nero su bianco i numeri choc degli imboscati nella sanità reggina, quale soluzione c’è a questa raffica di cambi di mansione e certificati di inabilità che svuotano le nostre corsie?

“Ho già scritto che quella del consigliere regionale Tavernise, a mio avviso, è solo una manifestazione di propaganda scandalistica, già in uso tra certi movimenti politici e qualche sindacato. Prima di affermare certe cose, forse sarebbe stato più utile intraprendere una severa inchiesta sui ladroneggi ventennali nella sanità calabrese. Se si vanno a leggere i dati, mi pare che la percentuale di impediti per patologia è uguale a tutte le altre Asp dell’Italia. Se vi è stato qualche abuso, non lo si può prendere per sistema totalizzante".

"Fare iI medico in Calabria è logorante, non è una categoria di imboscati"

"Tavernise, forse, non sa che in Calabria, a causa dei rigori dettati dal piano di rientro, da ben 15 anni non si assumono medici e paramedici. Ciò ha portato ad un invecchiamento di tutto il comparto. Siamo tutti vecchi. E la vecchiaia è predisponente alle invalidità e impedimenti. Le leggi esistono per tutelare i lavoratori. Che facciamo, eliminiamo tutti gli impediti o diciamo che sono, tutti degli imboscati patologici? Scherziamo? I medici vengono continuamente aggrediti o ammazzati e l’unica cosa che si dice, nel contesto della sanità calabrese, porgendo il fianco e chi la governa e che non sta facendo nulla, è dire che i medici calabresi sono una categoria d’imboscati? Lo si sa che in Calabria si arriva alla malattia a 43 anni e in Trentino a 63, e che fare il medico in Calabria è estremamente logorante? Lo si sa o no?"

Come lei ha appena ricordato, negli ultimi anni la professione di medico nel settore pubblico e soprattutto nella rete di emergenza, dalle nostre parti è diventata una trincea di aggressioni - anche con bilancio di vittime. Le è mai capitato qualche episodio di questo tipo?

“Beh, c’è tutta la propaganda contro i medici che è predisponente alle aggressioni. Nessuno fa nulla, oltre i proclami nell’immediatezza o le condoglianze nei lutti. Se poi, nei pronti soccorsi, nelle guardie mediche o nei reparti ci si può trovare di fronte il bullo di paese, il piccolo picciotto o lo sbruffone ubriaco che pretende ciò che materialmente al medico, per le note insufficienze, è impedito poter dare, in assenza di ogni tutela a garanzia del medico in prima linea, allora ogni turno di servizio diventa pericoloso per la sua incolumità. Siamo in terra persa e si scaricano sul più debole della catena le deficienze di un sistema allo sbaraglio".

"Sì, quando coprivo turni al ps, per andare incontro alle criticità, pur essendo strutturato altrove e avendo impedimenti assoluti, mi son trovato nella situazione di dover affrontare energumeni. Ero giovane e tenevo testa come potevo”.

In Calabria gli ospedali chiudono all’oggi al domani perché le Asp si accorgono che laddove fino al giorno prima operavano lavoratori e pazienti, improvvisamente quel luogo è diventato a rischio crollo. Poi quelle strutture non aprono più. Sono tutti così i nostri ospedali? Rischiamo ogni giorno la tragedia?

“La nostra edilizia sanitaria è tra le più fatiscenti d’Italia. Un paese serio dovrebbe rispecchiarsi nelle sue strutture sanitarie per gli ambienti salubri. In Calabria, fin dal 2007 è stata finanziata la costruzione di 4 ospedali. Nessuno è stato iniziato veramente. Siamo quel che siamo e ci meritiamo ciò che noi vogliamo, visto, poi, come votiamo".

Un ricordo bello della sua carriera, che porta nel cuore e le ha lasciato l’orgoglio di aver aiutato in modo particolare qualcuno.

“Tanti ricordi belli. Soprattutto sentirmi dire che, per aver avuto la facilità ad accedere al mio ambulatorio specialistico territoriale, si son salvati la vita per l’eccellente diagnosi fatta, per l’umanità con cui li ho accolti e i consigli dati su dove recarsi per poter affrontare, in modo risolutivo, la patologia diagnosticata".

"Vedere la gioia negli occhi degli invisibili che io non ho mai escluso dall’accesso alle mie prestazioni, come hanno fatto altri. La contentezza delle donne povere o immigrate da me seguite durante la gravidanza quando mi portavano i neonati a farmeli conoscere dopo il parto”.

Lei è anche scrittore e intellettuale. Nel tempo tranquillo della pensione ha il progetto di un nuovo libro? Magari leggeremo presto una delle tante storie che custodisce dalla memoria storica della sua Seminara…

“Ad aprile uscirà un libro di racconti, alcuni legati alla mia vita e che, per 40 anni, non ero riuscito a scrivere perché mi causavano, ogni volta che iniziavo, forti emotività fino a bloccarmi dall’andare avanti”.

Gioffré sul set di Artemisia

A proposito di Seminara, nonostante tutti i mali politici e non della Calabria lei non è mai partito. E’ rimasto a vivere e lottare qui per fare la sua parte e cambiare le cose. Come descrive il legame con questa terra?

“Ho amato la Storia e i personaggi di Seminara. Storia imponente e di levatura europea. È un legame di odio e amore verso Seminara attuale perché, tra la sua gente, vedo la perdizione e la rinuncia ad affrontare le sfide tremende che ci attendono. Prima fra tutte, lo spopolamento!"

Crede che davvero Occhiuto saprà fare la voce grossa con il governo sui Lep o abbasserà la testa e accetterà le conseguenze annunciate del decreto Calderoli?

“Vede, non è tanto che Occhiuto e la sua compagine hanno accettato, per appartenenza di colore politico, di condannare la Calabria alla minorità, trasformando la Regione in una terra residuale sotto i colpi di una autonomia di classe, che mi fa rabbia. No, non è questo. Avrei, anche, potuto capirlo. Quello che non concepisco e non accetto è che si sono fatti strumento della propaganda ingannevole del potenziale secessionista del Nord e che si arricchirà rubando le nostre risorse".

"Occhiuto si è fatto strumento della propaganda ingannevole che arricchirà il Nord sulle nostre risorse"

"Contando sul fatto che gran parte della gente non sa del cappio che le si sta stringendo al collo, Occhiuto non solo non dice che non ci sono Lep finanziati, ma sta distraendo, di proposito, l’opinione pubblica con continui annunci di finanziamenti di infrastrutture che non ci sono. Dire che si costruirà la nuova 106 senza aggiungere che solo una parte è finanziata o l’alta velocità che non esiste, è, colpevolmente, distrazione ingannevole e di proposito in modo che la gente non capisca nulla".

Vedremo mai una vera sanità pubblica e il diritto alle cure per tutti?

“NO! Per noi Calabresi, nel campo della sanità si aprirà una feroce competizione di classe tra di noi. Chi è ricco, avrà possibilità di curarsi al Nord. Chi è povero, morirà prima. D’altronde, il volo Ryanair Lamezia-Pisa fu istituito non per motivi di opportunità o per prosaico concetto di sviluppo, ma per favorire l’emigrazione sanitaria".

Lei è orgogliosamente comunista, cosa pensa sia rimasto oggi di quel grande sogno di politica e popolo?

“Nulla, se non il fuoco che, in alcuni di noi, ancora arde dentro. Eppure, il Marxismo fu la rottura totale rispetto al concetto di servitù degli Uomini come era fin allora era praticato. Il principio, imposto con una dittatura, dell’eguaglianza economica, è tutt’ora il miglior principio di politica che mette i bisogni universali dell’Uomo al centro di tutto. Ma noi siamo dei perdenti. E’ ritornato, prepotentemente, in voga il selvaggio capitalismo e la società classista che si reggono sulle guerre, genocidi, povertà, diseguaglianze e fame”.

Oltre ogni amarezza e delusione, comunisti lo si è per sempre. Ora ha tempo per dedicarsi agli studi, le lettere e la famiglia. Immagino che però continuerà a opporsi agli scippi del governo nei confronti del Sud, a denunciare la vergogna della guerra e delle ingiustizie verso le classi povere, i lavoratori, gli immigrati.

“Sicuramente. Se prima avevo come principio preponderante l’esercizio del mio lavoro al servizio del bisogno di salute della gente, ora mi dedicherò, totalmente, alle mie vere passioni: la ricerca storica, lo scrivere e l’attivismo politico e i tempi che verranno, saranno propizi”.

Concludo con gli auguri per un traguardo che oggi - sarà scontato dirlo - è difficile raggiungere e non solo per i lavoratori dell’ultima generazione. I giovani, nonostante l’informazione e le nuove tutele, accettano sempre più lavori in nero e non si pongono il problema dei contributi. Ai lavoratori che pensano alla pensione come un miraggio, lei cosa direbbe?

“Dico di impegnarsi della difesa dei loro diritti e per un lavoro equo e dignitoso. Lottare contro le storture del sistema e studiare per acquisire una coscienza di classe. Ogni azione degli Uomini, senza la presa di una coscienza di classe, è un contenitore vuoto”.

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