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Sulla gestione del "locale" di Gallico si è rischiata una nuova guerra di mafia | VIDEO

"Mettiamo a fuoco tutto da Mercatello in poi", le intercettazioni hanno fatto emergere la crescente tensione fra le cosche che ha portato gli investigatori a chiudere le indagini in tempi record

 

Luigi Molinetti e Carmine De Stefano erano arrivati ai ferri corti. La gestione degli affari illeciti, soprattutto i lucrosi proventi delle estorsioni agli imprenditori operanti nel centro cittadino, stava creando fibrillazioni all’interno degli storici casati di ‘ndrangheta di Reggio Calabria. Fibrillazioni che rischiavano di rimettere in discussione la “pax mafiosa” che chiuse la stagione sanguinaria della guerra di mafia in riva allo Stretto. Per i magistrati della Dda che hanno condotto le indagini,  Stefano Musolino, Walter Ignazitto e Roberto Placido Di Palma, tutto ruotava attorno alle mire sul "locale" di Gallico. Le intercettazioni, finite dentro il provvedimenti firmato dal gip Tommasina Cotroneo, hanno messo in evidenza la tensione crescente dentro la famiglia Molinetti. "Mettiamo a fuoco tutto da Mercatello in poi", dicevano i sodali della cosca Molinetti non sapendo di essere intercettati.

Le dinamiche interne

La ricostruzione delle dinamiche interne al clan De Stefano ha consentito agli investigatori di comprendere come gli attriti fossero sorti a causa: di opinioni divergenti tra Luigi Molinetti e Carmine De Stefano in relazione alla gestione degli affari illeciti ed in particolare delle estorsioni agli operatori economici e commerciali; della scarsa considerazione che Luigi Molinetti aveva di Carmine De Stefano come soggetto apicale della cosca; del disappunto di Luigi Molinetti nei confronti di Carmine De Stefano il quale non aveva espresso “solidarietà” quando gli era stato notificato un provvedimento giudiziario, in qualità di indagato, nell’ambito del procedimento penale relativo all’omicidio del giudice Antonino Scopelliti; del risentimento di Luigi Molinetti derivante dall'atteggiamento punitivo di Carmine De Stefano nei confronti di Maurizio De Carlo, imprenditore di riferimento della cosca e cognato dello stesso Molinetti. 

I risentimenti

Per gli inquirenti, poi, Luigi Molinetti nutriva risentimenti nei confronti di Carmine De Stefano “nel censurare alcuni errori del De Carlo, Carmine De Stefano aveva deciso, in forza del proprio status di vertice della cosca, di estrometterlo dalla gestione della sua azienda, rimessa esclusivamente nelle mani del geometra Salvatore laganà, suo collaboratore. Luigi Molinettisi era pertanto schierato dalla parte del cognato, facendosi garante della sua protezione contro le intemperanze di Carmine De Stefano, paventando addirittura il rischio di dare inizio ad una guerra qualora i De Stefano avessero in qualche modo agito contro il De Carlo”.

La mediazione

Il timore che i dissidi con Luigi Molinetti potessero degenerare in una scissione dagli esiti incerti e pericolosi, induceva i fratelli Carmine e Giorgio De Stefano (già Sibio Condello) e ad investire della delicata questione Alfonso Molinetti, fratello di Luigi, ritenuto uno dei loro alleati più fedeli. Prima di Alfonso Molinetti, Carmine De Stefano aveva interessato della vicenda lo storico e affidabile sodale SERIO Antonio che venne mandato in avanscoperta ad incontrare Gino Molinetti con l’obiettivo di ricomporre i dissidi interni. La missione, tuttavia, era fallita, atteso che, per il tramite di Serio, Gino Molinetti aveva mandato a dire a Carmine De Stefano che egli aveva intenzione di agire in autonomia, senza dare conto del suo operato ai  De Stefano. Fallita la missione di Serio, per Carmine e Giorgio De Stefano non rimaneva altro da fare, per risanare le divergenze con Luigi Molinetti, che rivolgersi al fratello Alfonso.

Le pressioni familiari

In realtà, stando alle risultanze delle intercettazioni, l’obiettivo di Luigi Molinetti non era tanto quello di affrancarsi dalla cosca madre dei De Stefano - come auspicato invece dai figli Alfonso [classe 1995] e Salvatore Giuseppe [classe 1989] con l’avallo della madre - quanto quello di avere uno spazio di autonomia operativa e decisionale rispetto alle ingerenze di Carmine De Stefano. Le dinamiche afferenti alle indicate controversie emergevano sostanzialmente nel corso di due incontri. Il primo, avvenuto a Napoli, il 25 agosto 2019, tra Alfonso Molinetti e Giorgio De Stefano. Il secondo, sempre a Napoli, nelle date del 30 e 31 agosto 2019 - tra i fratelli Alfonso e Luigi Molinetti.

Gli incontri a Napoli

Nell’incontro del 25 agosto i De Stefano lamentavano: le mire espansionistiche di Luigi De Stefano sul locale di Gallico; nell’ottica della spinta autonomista, la mancanza di rispetto di Luigi Molinetti nei confronti di Franco Labate in occasione dell’apertura di una pescheria nel quartiere Gebbione, avendo avvertito in ritardo i Labate dell’inizio di tale attività nella loro zona di influenza criminale; alcune divergenze tra i Luigi Molinetti e “Totuccio” Serio sull’assegnazione di alcune “cariche” di ‘ndrangheta; l’episodio che aveva visto al centro di un cruento pestaggio un noto ristoratore reggino, la cui effettiva finalità, secondo i De Stefano, era da attribuire alla volontà di Luigi Molinetti di porre in cattiva luce Carmine De Stefano e conseguentemente di sminuire il prestigio criminale della cosca.

Il ruolo di Giorgio De Stefano

Nel corso di quella riunione, Giorgio De Stefano rappresentava che le condizioni di stabilità e di equilibrio della criminalità organizzata reggina erano garantite dalle strategie dirigenziali e decisionali della cosca cui essi appartenevano e riteneva pretestuoso e assurdo che Luigi Molinetti potesse essersi risentito perché Carmine De Stefano non gli aveva espresso solidarietà quando gli fu notificato l’avviso di garanzia per l’omicidio del giudice Scopelliti, dato che lo stesso provvedimento era stato notificato anche al fratello Giuseppe De Stefano. Disapprovava che Luigi Molinetti non vedesse di buon occhio la vicinanza del figlio di Alfonso - Salvatore Giuseppe Molinetti classe 1982 - con il fratello Carmine De Stefano e criticasse l’allontanamento del sodale Antonio Randisi da Archi e dalla sfera dei suoi interessi [di Luigi Molinetti] a favore della famiglia De Stefano. Auspicava una maggiore coesione dei Molinetti con la cosca di appartenenza, prospettando la possibilità di farsi coadiuvare anche dai figli di Luigi Molinetti nella gestione degli affari del clan a Milano e all’estero e sperava che le controversie potessero chiudersi anche senza l’autorevole intervento di Alfonso Molinetti, dal momento che pure il fratello Carmine era pronto, se del caso, a riconoscere di aver potuto commettere qualche involontario errore. Dal canto suo, Alfonso Molinetti, riconfermava il vincolo di fedeltà alla famiglia De Stefano.

I legami mai interrotti con Reggio Calabria

Emergeva dunque dalle attività investigative come Giorgio De Stefano - nonostante si fosse da tempo trasferito a Milano - non avesse mai interrotto i legami con la famiglia di appartenenza, né con gli affari della cosca. Nel corso delle conversazioni intercettate sosteneva che per lui era sufficiente tornare talvolta in Calabria per risolvere questioni problematiche, mentre per il disbrigo delle incombenze ordinarie delegava persone di fiducia del luogo. Il secondo incontro avvenuto a Napoli, nelle date del 30 e 31 agosto 2019, tra Alfonso e Luigi Molinetti, era finalizzato a chiarire le frizioni di cui Giorgio De Stefano aveva parlato al primo nella riunione del 25 agosto. 

I meriti della cosca Molinetti

Nel corso di alcune conversazioni intercettate con il fratello Alfonso nei suindicati giorni della fine di agosto 2019, Luigi Molinetti, lamentava il fatto che Carmine De Stefano non lo aveva sostenuto economicamente, nonostante disponesse di ingenti risorse finanziarie che sperperava con il fratello Giorgio, ma anzi era solito lamentarsi delle sue precarie condizioni economiche. Alfonso Molinetti riferiva che i capitali dei De Stefano potevano derivare dai cospicui lasciti del padre e che le ristrettezze finanziarie rappresentate da Carmine De Stefano potevano dipendere dal fatto che egli doveva provvedere al sostentamento economico dei familiari e degli affini detenuti in carcere. Aggiungeva di aver ricevuto 700 euro da Carmine De Stefano attraverso il figlio Salvatore Giuseppe [classe 82], ma Luigi Molinetti non cambiava opinione e recriminava il fatto i De Stefano non avevano neanche riconosciuto i meriti da loro acquisiti durante la sanguinosa guerra di ‘ndrangheta che li aveva visti schierati al loro fianco. Alfonso Molinetti cautamente suggeriva al fratello Luigi di riconoscere la propria subordinazione rispetto ai De Stefano e di sostenere, dinanzi a chiunque, che il locale di Gallico - caratterizzato da molteplici controversie - faceva capo alla suddetta famiglia di ‘ndrangheta.

Il ruolo dei consigliori

Luigi Molinetti asseriva che anche Orazio De Stefano (zio di Carmine e Giorgio De Stefani), con ruolo apicale all’interno della cosca, aveva poca considerazione del loro operato criminale. Allora Alfonso Molinetti esortava il fratello a partecipare all’incontro chiarificatore che Carmine De Stefano aveva chiesto attraverso il figlio Salvatore Giuseppe. Dal canto suo egli [Alfonso Molinetti] si augurava di poter diventare un giorno, libero da vincoli giudiziari, “consigliori” di Carmine De Stefano, anche per riequilibrare i rapporti tra questi e lo zio e quindi potenziare la cosca di appartenenza. Sebbene Luigi Molinetti invitasse il fratello a non esporsi più del dovuto rispetto alle dinamiche intrinseche alla famiglia De Stefano, quest’ultimo ribadiva con fermezza l’assoluta fedeltà della sua famiglia ai De Stefano.

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