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Cronaca Gioia Tauro

La cosca Molè era viva e vegeta, droga ed estorsioni per alimentare il potere

Le indagini della squadra mobile hanno messo in risalto il ruolo delle giovani leve della famiglia gioiese e la sua operatività in Toscana e Lombardia, sommozzatori di gruppi speciali militari esteri pronti per recuperare la cocaina in mare

Chi aveva cancellato la cosca Molè dalla mappa del potere criminale calabrese si era sbagliato. Le faide, gli arresti ripetuti negli anni, la scissione dai Piromalli non avevano fatto venire meno il potere mafioso di uno dei casati storici della ‘ndrangheta reggina.

Anzi la famiglia Molè, così come ricordato dal direttore centrale anticrimine della polizia, il prefetto Francesco Messina, durante la conferenza stampa in questura, “è molto forte ed è capace di esercitare lo stesso potere criminale così a Gioia Tauro, come in Lombardia o all’estero”.

“Oggi - ha detto ancora il prefetto Messina - abbiamo disarticolato una delle più dure e organizzate cosche di ‘ndrangheta operante nel panorama europeo”. Una potenza criminale che si è mantenuta, anzi è cresciuta grazie alle estorsioni, che venivano esercitate sia al mercato ittico di Gioia Tauro sia al Nord Italia, e al traffico di sostanze stupefacenti, così come ricostruito nei due anni di indagine che hanno portato all'esecuzione dell'operazione "Nuova narcos europea".

Un giro di droga che ha portato al sequestro di una tonnellata di cocaina fatta arrivare a Gioia Tauro dal Sud America, passando dalla Spagna. Fiumi di droga che, in qualche occasione sono sfuggiti al controllo delle forze dell'ordine, e che potrebbe essere stato recuperato in mare, alle porte dello scalo portuale gioiese, grazie a dei trasmettitori a distanza, da palombari e sommozzatori appositamente assoldati e, il cui reclutamento, secondo la ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia, diretta dal procuratore Giovanni Bombardieri, potrebbe essere stato effettuato anche all’interno di corpi speciali militari di stati esteri.

Il procuratore Bombardieri: "Ricostruita l'operatività della cosca Molè in Calabria e in altri territori"

Un traffico lucroso che ha fatto lievitare il potere economico della cosca Molè ed ha portato al sequestro di circa tre milioni di euro fra la Calabria e il Nord Italia. Ed i soldi, per gli investigatori della squadra mobile, che hanno agito con il coordinamento del questore Bruno Megale, erano il legame tra territori assai diversi fra loro, come la Lombardia, la Toscana e la Calabria, ma unite dalla presenza asfissiante della ‘ndrangheta; una ‘ndrangheta arcaica, legata alle storiche regole sociali, ma anche moderna, guidata dalle giovani leve del casato mafioso che nemmeno un percorso di affrancamento dal malaffare era riuscito ad allontanare dalla Calabria a recidere il cordone ombelicale con la casa madre, capace di governare le tecnologie, di piegare l’economia ai propri desiderata.

Una cosca “camaleontica”, come detto dal capo della squadra mobile reggina Alfonso Iadevaia, capace di esercitare il proprio potere con la forza delle armi o quella del nome.

Un nome pesante che intimorisce ed impedisce al territorio di ribellarsi. “Nessuno dei tanti commercianti sotto scacco - ha detto il procuratore aggiunto Gaetano Paci - ha scelto di collaborare per spezzare questo giogo mafioso, ma speriamo che questa operazione possa cambiare dopo gli arresti di oggi”.

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