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Domenica, 21 Aprile 2024
Sanità reggina sotto la lente

Ex guardie mediche, tra sedi da risanare e postazioni chiuse aspettando una riorganizzazione

ReggioToday avvia oggi un approfondimento a puntate sulla sanità nel territorio di Reggio Calabria e provincia

Per i cittadini continuano a essere guardie mediche, denominazione che evoca un tipo di servizio sanitario ‘sentinella’, a cui affidarsi contando su una disponibilità sicura fuori dagli orari lavorativi. Eppure quella che oggi si chiama continuità assistenziale resta un tasto dolente nel territorio di Reggio e provincia. Nonostante attenzione e investimenti dell’azienda sanitaria, le criticità persistono, percepite dall’utenza come croniche, ormai con rassegnazione.  

In città telefonare a una delle tre postazioni (via Vittoria nella zona Sud; viale Amendola nella zona Nord; Ravagnese) senza esito è diventato un rischio calcolato. Questa nomea, soprattutto nelle ore notturne, porta molti a rivolgersi direttamente al pronto soccorso ospedaliero, creando così un effetto domino di disagi, perché gli accessi all’emergenza lievitano anche a causa di situazioni che potrebbero essere gestite dai medici di guardia.

Recandosi nelle sedi i medici assegnati ci sono, ma è possibile che si trovino fuori per chiamate esterne, anche molto distante dalla postazione. La guardia Reggio Sud estende la sua competenza fino a Modena e Condera: una visita può richiedere dieci minuti solo per raggiungere il domicilio del paziente. Ma non è più un tabù dire che qualcuno abbia remore ad aprire, e che all'ingresso gli utenti siano scrutati con circospezione. Meno di un anno fa nella postazione di viale Amendola un turnista è stato aggredito fisicamente da due sedicenti pazienti. E nessuno dimentica la scioccante vicenda di Francesca Romeo, dottoressa in servizio notturno a Santa Cristina d’Aspromonte uccisa al termine del suo orario, mentre rientrava a casa accompagnata dal marito (una precauzione diffusa e messa in atto soprattutto dalle donne).

Commenta il presidente dell’ordine dei medici, Pasquale Veneziano: “Negli orari di servizio i medici di guardia sono sempre presenti e non mi risulta che non rispondano al telefono, anzi. Se questo avviene è perché sono impegnati in visite, che richiedono tempo anche solo per lo spostamento. Il problema lo abbiamo ben presente, ma riguarda soprattutto le zone interne ed isolate”. Con lo scenario, a lungo termine, dell’inevitabile chiusura di questi presidi deserti, a discapito di territori che invece hanno bisogno vitale della medicina di prossimità.

Il lavoro in guardia medica è scarsamente appetibile, sia per il basso livello di retribuzione (22 euro all’ora da contratto nazionale, con qualche correttivo incentivante applicato in alcune regioni, ad esempio le Marche) che per il contatto con un pubblico eterogeneo, non di rado in condizioni di ansia e potenzialmente pericoloso. Inoltre, i medici di continuità assistenziale dell’Asp reggina lavorano in condizioni ambientali di trascuratezza, se non degrado. 

La carenza di organico in provincia e i pregiudizi sulle guardie mediche

Gli ultimi bandi dell'Asp risalgono a un anno fa, ma non sono riusciti a coprire il fabbisogno della provincia. Spiega Francesco Biasi, segretario provinciale Fimmg (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale): “Su 72 zone bandite hanno accettato 28 medici, un dato indicativo della situazione della provincia, dove mancano oltre 100 medici, di cui 36 nel distretto reggino. Gli aspetti critici delle guardie rientrano in un quadro generale complesso e problematico, che non riguarda solo l’Asp o il nostro territorio”. Biasi sottolinea l’effetto della carenza di medici in tutto il paese, che sta facendo lievitare l’offerta favorendo la categoria dei gettonisti, in crescita. Il target del turnista nelle guardie è molto cambiato, giovani e neolaureati sono poco disposti a passare per quella che era considerata tradizionalmente una gavetta. “Siamo in un periodo caratterizzato da grande possibilità di scelta per un giovane medico. Chi può lavorare pagato 80 euro all’ora certo non viene nelle guardie qui per guadagnarne 22”.

Il dottor Biasi le guardie le ha fatte, in città, e sfata molti miti negativi: “E’ un impegno molto gravoso, nella zona di Reggio Sud abbiamo un bacino di 40.000 utenti e può capitare di lavorare dalle 20 alle 8 di mattina, ininterrottamente. I medici non dormono: è tutto il contrario, nelle zone ad alta densità si fanno molto spesso notti in bianco. Nei centri piccoli e poco popolati la situazione è più tranquilla. Magari fa freddo e si accende la stufa per riscaldare la stanza e accogliere l’anziano che chiede di misurare la pressione”.

La guardia medica di Ravagnese

Ma lì non si vuole andare per paura di dover gestire un’utenza rischiosa, per di più in condizioni di isolamento. “Questo è un pregiudizio – risponde Biasi – lo scalmanato si trova ovunque, è un’eventualità da mettere in conto sempre. Ma nei paesi non si incontrano pazienti in astinenza, come è successo qualche giorno fa proprio a Reggio”.

La garante Stanganelli: "Sarà fatta una ricognizione, possibili accorpamenti"

La garante regionale della salute Anna Maria Stanganelli conferma la situazione di difficoltà: “Purtroppo diverse postazioni non garantiscono ormai da tempo la copertura assistenziale, tanto da non poter restare aperte come si dovrebbe. L'Asp di Reggio Calabria, a cui chiaramente la situazione è nota, secondo interlocuzioni avviate con gli uffici mi ha informato dell’avvio di una ricognizione tramite sopralluoghi attraverso il dipartimento di prevenzione e il responsabile del servizio prevenzione e protezione in tutte le postazioni, intervenendo laddove è possibile e programmando eventuali chiusure e riallocazioni laddove sono necessari interventi più complessi”. Il servizio prevenzione e protezione, continua la garante, ha già visionato tutti gli ospedali e ora dovrebbe occuparsi proprio delle guardie mediche. “Periodicamente vengono pubblicati i turni scoperti – afferma Stanganelli - ma a mancare è proprio il personale medico, un’emergenza atavica di carattere nazionale. Sempre da quanto ho appreso, si paventano possibili accorpamenti. Come garante ho subito preso a cuore la situazione, anche perché in questo primo anno di attività sono state numerosissime le aggressioni fisiche e verbali soprattutto nelle postazioni di continuità assistenziale. Ho chiesto per questo al prefetto l’istituzione di tavoli di lavoro dedicati”. L’ufficio della garante, come giò noto, si costituirà parte civile in tutti i procedimenti penali per aggressione fisica e verbale ai danni del personale medico.

Le condizioni degli immobili e gli interventi richiesti ad Asp e Comuni

Molti edifici che ospitano le guardie mediche sono fatiscenti e in condizioni indecorose già nel primo impatto visivo dell’utente: mura con crepe, porte usurate o con pannelli di vetro frantumati e mai sostituiti perché la procedura da attivare con l’Asp sarebbe troppo lunga, e quando si può i danni vengono riparati in modo artigianale, con il nastro adesivo. Quando il campanello non è funzionante, un cartello scritto a mano invita gli utenti a bussare e c’è chi utilizza la porta per avvisi commerciali e di improbabili call center in un’atmosfera vintage nella quale il riferimento più attuale è l’avviso di mascherina obbligatoria, retaggio dell’epoca pandemica conservato dagli ambienti sanitari. Meglio di quello che accade all’interno: nelle stanze di attesa e visita può persino capitare di notare manifesti di campagne di prevenzione risalenti ad almeno quarant’anni fa. Mancano attrezzature (un termine che comprende anche molti medicinali di uso comune e persino materiale per medicazioni e termometro) e il mobilio è vetusto.

La sede di viale Amendola, ex edificio Eca comunale che ospita anche il servizio di farmacia territoriale, è rimasta a lungo in condizioni assolutamente inidonee per lo svolgimento del lavoro del personale. Da qualche mese è stata interessata da opere di risanamento: si accede da un ingresso rinnovato, finalmente con l'indicazione di una targa. Ma chi arriva, per istinto, si avvicina ugualmente al vecchio portone, tuttora fatiscente come quando era in uso, trovando lo sbarramento di una lunga striscia segnaletica di divieto. Attenzione, pericolo. Però si è sempre entrati da lì, con il rischio di essere colpiti da calcinacci caduti dal palazzo.

La porta danneggiata nella guardia medica Reggio Sud

A Ravagnese va un po’ meglio per la struttura, ma attorno, a poca distanza dalla famigerata via della spazzatura oggetto di vari esposti giudiziari, si accumulano rifiuti e suppellettili rotte con effetto discarica. In qualche regione del nord i medici delle guardie hanno a disposizione anche un’automobile, quasi un altro pianeta.

Anche su questo tema si è attivata Anna Maria Stanganelli: “Ho avviato specifica concertazione con il presidente dell’ordine dei medici, Pasquale Veneziano. Con l’ordine il mio ufficio ha già siglato un protocollo di intesa, e tra le linee di azione c’è soprattutto la tutela del personale sanitario. Per questo assieme valuteremo la possibilità di effettuare sopralluoghi congiunti per verificare le criticità strutturali, organizzative e di carattere igienico sanitario e fare da veicolo con l’azienda sanitaria”.

Francesco Biasi invita però a una lettura obiettiva della situazione: “Negli ultimi anni ci sono stati vari interventi e se ci soffermiamo su tutto quello che non va dovremmo giungere alla conclusione di chiudere e basta. E' fondamentale la sinergia tra l'Asp e i Comuni che sono responsabili di alcuni edifici. A Motta era stato segnalato un problema al serbatoio idrico, e l’amministrazione l’ha risolto in giornata”. Quando si è in due nella postazione, i piccoli problemi non richiedono un’eccessiva trafila burocratica. “Di solito – spiega Biasi – delle pratiche si occupa uno dei medici mentre l’altro presidia la guardia, non c’è nulla di impossibile”.

La guardia medica Reggio Nord

Non sempre però l’epilogo è risolutivo. Il grave dissesto della ex guardia medica di Pellaro ne ha imposto la chiusura definitiva. I soldi del Pnrr servono anche a questo, a buttare giù e riedificare. “Ma ci sono immobili di proprietà o acquisiti dai comuni che potrebbero essere utilizzati per il servizio di continuità assistenziale – commenta Biasi – e ospitare persino poliambulatori. Si sceglie di destinarli ad altro”.

Il futuro delle ex guardie mediche e la fase di rodaggio delle Aft reggine

I medici di guardia sembrano sospesi in una zona di limbo, perché contigui alle mansioni delle Aft (aggregazioni funzionali territoriali), nuove strutture di medicina di prossimità che nel territorio dell’Asp di Reggio Calabria sono state attivate da meno di un anno: il raggruppamento di medici di medicina generale è incaricato di garantire, per l'intera giornata e tutti i giorni della settimana, la tutela della salute della popolazione di riferimento. Tre sedi sono partite nell’area del comune di Reggio (Sant’Agata; Sud; Diogene) oltre alla Aft pubblica in sede unica di San Brunello; una a Bagnara; tre in rete nella Locride. A febbraio era stata annunciata l’apertura di una struttura a Siderno con l’adesione di 11 medici di base, ma qualcuno ha rinunciato e senza un numero sufficiente la postazione è ora in stand by. “Nel nuovo contratto è detto chiaramente che tutti i medici di base andranno nelle Aft”, precisa Biasi. “Purtroppo da noi c’è ancora un senso di paura immotivata del cambiamento, soprattutto da parte dei medici più anziani, rimasti mentalmente all’epoca dei 'libretti'. Occorre superare questa visione e capire che la sanità distrettuale è diventata reticolare, con un lavoro di équipe a cui molti medici di base non riescono ad adeguarsi”.

Un locale della Aft Reggio Sud

La rete delle Aft nel territorio provinciale di Reggio Calabria è in fase di rodaggio: il personale è stato recentemente rafforzato con l’innesto di 80 medici, attraverso un accordo con la Fimmg. Ma ci sono tanti buchi nella mappa cittadina delle aggregazioni funzionali. “Servirebbero almeno altre 5 Aft – dice ancora Biasi – se pensiamo che su 180.000 pazienti allo stato attuale il servizio ne copre 50.000”. Intanto l’esperienza sta andando bene e nelle Aft sono state proposte anche iniziative innovative come i prelievi a chilometro zero, ideati dalla Fimmg e rivolti a pazienti fragili (ad esempio gli anziani in casi di urgenza) per consentire lo svolgimento degli esami in uno spazio predisposto nella sede, con la disponibilità di medici a titolo gratuito.

Francesco Biasi descrive l'attività delle Aft come una rete che non lascia mai scoperta l’assistenza primaria: “Se un mio paziente mi contatta e io non sono più in ambulatorio, posso inviarlo nella Aft di competenza. Inoltre abbiamo funzioni di centro vaccinale, e in situazioni particolari di emergenza possiamo fare prescrizioni”. Il ruolo centrale resta dei singoli medici di base, che hanno in carico il paziente e ne conoscono la storia, ma per erogare servizi o visitare chi si reca nella Aft, tutte le informazioni sono accessibili dai medici all’interno del database informatico della struttura. L’obiettivo è attivare i ptda (percorsi terapeutici diagnostici assistenziali) per condividere la cura degli assistiti in un approccio multidisciplinare e specialistico. “I medici di lunga professione sono diffidenti – ribadisce Biasi – non comprendono questo nuovo tipo di lavoro sui propri pazienti insieme ad altri colleghi, e viceversa”.

Continuità assistenziale e cure primarie nel Pnrr, un sistema reticolare complesso

I medici della continuità assistenziale così come siamo abituati a considerarli sono un po’ l’anello debole nella misura 6 del Pnrr che dispone il nuovo assetto territoriale della sanità. Incentrato non solo sulle Aft: ne fanno parte anche le Cot (centrali operative territoriali, a Reggio sarà costituita in via Torrione nel palazzo dell’ex Inam riqualificato, sede anche di una casa di comunità), che smisteranno i pazienti verso le aggregazioni funzionali e potrebbe avere un collegamento proprio con le guardie mediche: se contattate e temporaneamente non disponibili per visite esterne, a fare le loro veci saranno gli operatori Cot, anche con consigli medici di prima assistenza. A un livello superiore, le Uccp (unità complesse di cure primarie) saranno sistemi integrati di servizi sanitari e gestiranno la presa in carico della comunità di riferimento in continuità con le Aft.

Il decreto ministeriale 77/2022 ricomprende queste strutture in collegamento con le case di comunità, tassello intermediario tra paziente e ospedale, che potrebbero esserne pure sede fisica. Nel territorio provinciale reggino sono stati appena approvati i progetti definitivi per 15 Cdc e sostanzialmente inizia ora l’iter che proseguirà con progetto esecutivo e appalto dei lavori. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha indicato l’apertura di 1.288 case entro il 2026, una ogni 20mila abitanti. Alla fine del 2023 il dato nazionale parla di sole 350 inaugurazioni, in prevalenza in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. La Calabria è tra le regioni a quota zero. Nelle Cdc l’organico sarà composto da una serie di figure professionali: dai medici di base all’assistente sociale, lo psicologo, gli infermieri di comunità, i pediatri di libera scelta e gli specialisti. Qui i cittadini potranno rivolgersi anche per le prescrizioni e i certificati medici o richiedere visite domiciliari, che rappresentano la principale attività delle ex guardie mediche.

Gli scenari dei numeri unici europei, tra emergenza e cure non urgenti

La missione 6 del Pnrr ha tra i suoi interventi anche l’incentivo della telemedicina. Dopo l’addio alla centrale operativa 118 di Reggio Calabria, spostata a Catanzaro, le strutture distrettuali finanziate dal piano di ripresa e resilienza saranno messe in rete attraverso il numero armonizzato unico europeo 116117 con funzioni di coordinamento sull’assistenza territoriale per patologie che non richiedono un intervento in emergenza. Di fatto assorbirà le competenze delle ex guardie mediche, perché gli utenti potranno entrare direttamente in contatto con un operatore capace di fornire anche consulenza telefonicamente o pianificare l’invio di un medico tra quelli di continuità assistenziale, medicina generale o pediatria. In Calabria una prova generale è iniziata il 5 marzo scorso con il numero unico 112, fruibile dall’apposita app - servizio che però riguarda solo le emergenze, sostituendosi appunto alla centrale del 118. Questa prima novità nella nostra regione ha avuto una gestazione lenta e con qualche affanno: nelle province che hanno fatto da apripista, alla fine dello scorso anno i primi contatti continuavano a mettere gli utenti in comunicazione con i soli carabinieri. 

  

  

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