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Operazione "Pedigree", intercettazioni e sostegno delle cosche: "Queste sono le cose belle delle famiglie"

Il legame dei Serraino con la cosca Labate alimentato da Maurizio Cortese con uno scambio epistolare con Pietro Labate ed evidenziato dalla dichiarazioni del collaboratore di giustizia Liuzzo

 

“Queste sono le cose belle nelle famiglie, quando si fa parte di…, uno vede, si ferma, hai bisogno di qualcosa…..”. Lo scacchiere della ‘ndrangheta, uscito fuori dalla pax mafiosa, era in continuo mutamento. Maurizio Cortese, giovane boss della cosca Serraino, lo aveva capito e non esitava a stringere alleanze con altre cosche, in particolare con quella potente dei Labate, per far crescere i propri guadagni e non avere problemi di “interferenza territoriale”. 

Le origini dell'inchiesta

L’inchiesta “Pedigree”, condotta dalla Squadra mobile sotto le direttive dei Sostituti Procuratori della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria Stefano Musolino, Walter Ignazitto, Paola D’Ambrosio e Diego Capece Minutolo, ha documentato lo stretto rapporto, anche di natura epistolare, tra Maurizio Cortese ed alcuni esponenti della cosca Labate. L’inchiesta ha avuto inizio l’1 settembre 2017 quando gli investigatori della Squadra Mobile di Reggio Calabria catturavano (unitamente ai colleghi dell’Arma dei Carabinieri), all’interno di un immobile di Reggio Calabria, il latitante Maurizio Cortese, sottrattosi all’esecuzione di un provvedimento di residuo pena (7 anni ed 1 mese di reclusione) di pregresse condanne riportate per i delitti di associazione mafiosa, tentata rapina, tentata estorsione in concorso e violazione della normativa in materia di armi.  I reati per i quali Maurizio Cortese era stato condannato erano, già di per sé, rappresentativi della sua caratura criminale e denotavano la sua piena appartenenza alla ‘Ndrangheta ed in particolare alla sua articolazione territoriale riconducibile alla cosca Serraino. 

Cosca Serraino pienamente operativa

Le investigazioni - svolte dalla Squadra Mobile con l’irrinunciabile strumento delle intercettazioni - per i magistrati della Dda consentivano di confermare la piena operatività della cosca Serraino e di accertare: come sia penetrante ed attuale il controllo criminale esercitato dagli appartenenti all’associazione mafiosa in argomento sul territorio di competenza (comprendente i quartieri cittadini di San Sperato, Modena, Arangea, Cataforio, Mosorrofa e dei comuni di Cardeto e Santo Stefano d’Aspromonte); come la stessa abbia in sé tutti gli elementi caratterizzanti un sodalizio di stampo mafioso, ovvero un’organizzazione stabile ed efficiente, in virtù della quale è in grado di porre in essere quel controllo criminale di cui al punto che precede, mediante la propria, specifica, forza di intimidazione e la conseguente condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva e l’attuale pericolosità della cosca e la sua capacità di diversificare i propri interessi illeciti, in quanto in grado di perpetrare, attraverso i suoi esponenti, delitti di diversa specie e natura, tutti però da considerarsi finalizzati a realizzare i suoi scopi.

Il ruolo di Maurizio Cortese

Il vertice della predetta articolazione della ‘Ndrangheta sarebbe oggi rappresentato da Maurizio Cortese, genero di Paolo Pitasi (don Paolo Pitasi) che era stato uno dei principali collaboratori di Francesco Serraino, noto come il "boss della montagna", assassinato durante la seconda guerra di ‘Ndrangheta.  Nel corso degli anni, Maurizio Cortese avfrebbe acquisito una sempre maggiore importanza nell'ambito dei gruppi mafiosi, riuscendo ad arrivare ai vertici della cosca Serraino, con specifica competenza territoriale nel quartiere di San Sperato, grazie anche ai rapporti che ha saputo coltivare, durante la sua carcerazione con alcuni rappresentanti carismatici di altre consorterie della ‘Ndrangheta reggina.

Il legame con i Labate

Lo strettissimo legame del gruppo Cortese con la cosca Labate (intesi i "Ti Mangiu") è stato al centro delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Stefano Tito Liuzzo, ma emergerebbe anche dagli scambi epistolari tra i detenuti Maurizio Cortese e Pietro Labate, capi della due consorterie criminali, nonché dalle parole di stima ed ammirazione che, nei confronti di Cortese, spendeva Antonino Labate, intercettato nell'ambito dell’indagine coordinata dalla Dda reggina che agli inizi di quest’anno ha portato all’esecuzione dell’operazione "Heliantus" ad opera della Squadra Mobile. Inoltre la stessa presenza di alcuni esercizi commerciali riconducibili a soggetti affiliati al sodalizio criminale guidato da Maurizio Cortese come il “Lotus Cafe” e “Royal Cafe” di Antonino Filocamo e il bar “Mary Kate” ascrivibile a Domenico Modafferi [detto "Belli capelli"] sul Viale Calabria (in piena zona Labate) ne sarebbe la chiara dimostrazione. 

I contatti con gli affiliati

Ed ancora i contatti tra Maurizio Cortese e il suo affiliato Antonino Filocamo confermerebbero lo stretto vincolo esistente con la ‘ndrina Labate e, in particolare, con uno dei suoi colonnelli individuato in Orazio Assumma. Proprio a quest’ultimo, per gli investigatori, faceva riferimento Antonino Filocamo quando chiedeva a Maurizio Cortese di interessare Orazio Assumma al fine di riferirgli di far spostare, dal Viale Calabria, il bar "Mary Kate" di Domenico Morabito, a suo tempo aperto con il benestare della famiglia Labate - sulla base di un rapporto di solida amicizia e di un legame di proficua collaborazione tra le rispettive "famiglie" - proprio perché quell'esercizio commerciale era un’attività di diretto interesse di Maurizio Cortese.

La "postina" della cosca

Il rapporto di collaborazione tra la cosca Serraino e quella dei Labate sarebbe, altresì, denotato dai contatti tra Stefania Pitasie Benito "Chicco" Labate, figlio di Antonino Labate e nipote del boss Pietro. La Pitasi infatti, adempiendo alle sue consuete funzioni di "postina", avrebbe consegnato al rampollo dei “Ti mangiu” una lettera proveniente da Maurizio Cortese, concernente alcuni "lavori" di interesse del detenuto. Nel corso delle intercettazioni, per di più, i sodali rievocavano una cena cui avevano partecipato Maurizio Cortese, suo suocero Paolo Pitasi e “compare Pietro”, ovvero il boss di Gebbione Pietro Labate.

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