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Lunedì, 23 Maggio 2022
La relazione

La "propaganda" social della 'ndrangheta per attirare i giovani

Per la Dia le cosche non hanno lasciato i vecchi riti di affiliazione ma con il web cercano di attrarre "categorie di persone più esposte al condizionamento come i giovani in cerca di occupazione"

Dia mappa cosche nord italia-2La droga, con il porto di Gioia Tauro ritornato centrale nelle rotte internazionali della cocaina, per rimpinguare le casse e le piattaforme social per rilanciare la “propaganda” criminale. La ‘ndrangheta descritta dalla relazione della Direzione investigativa antimafia è anche questo: un coacervo di interessi primordiali e nuove tendenze, un ammasso di riti arcaici di affiliazione e uso spregiudicato del web.

“Si assiste - scrivono gli investigatori della Dia nella relazione appena presentata al Parlamento - ad una sorta di propaganda criminale anche a mezzo dei social media e in alcuni casi indirizzata a categorie di persone più esposte al condizionamento come i giovani in cerca di occupazione. In merito già nelle precedenti Relazioni semestrali si è fatto cenno al frequente coinvolgimento di donne e di minori negli affari illeciti delle cosche”.

Il tutto senza dimenticare mai di “marcare il territorio” con le pressioni estorsive e l’usura in danno di imprenditori e commercianti o “disegnare il ricorso ad atti di violenza laddove se ne presenti la necessità”.

Anche al di fuori dei contesti regionali, per gli investigatori coordinati dal direttore della Dia, Maurizio Vallone,  “la ‘ndrangheta esprime la propria vocazione spiccatamente affaristica con una capacità imprenditoriale che parrebbe in crescita grazie alla pronta disponibilità di capitali illeciti accumulati con il narcotraffico internazionale”.

Le cosche, infatti, assicurano una sempre più solida affidabilità ai sodalizi criminali stranieri relazionandosi pariteticamente, da diversi decenni, con le più qualificate organizzazioni del narcotraffico sudamericano.

Il settore degli stupefacenti non sembra abbia fatto registrare flessioni nell’ultimo periodo nonostante le limitazioni della mobilità delle persone connesse con la crisi pandemica essendosi registrati significativi approdi di droga nei porti di Gioia Tauro, Genova, La Spezia, Vado Ligure e Livorno.

Anzi, il porto di Gioia Tauro che, fino al 2018, sembrava avesse perso il primato di scalo marittimo privilegiato per l’ingresso in Europa della cocaina proveniente dal Sud America, inviata invece verso altri terminal del Mediterraneo e del Nord Europa, a partire dal 2019 è ritornato al centro delle rotte degli stupefacenti e ha messo in evidenza nuovamente la crescita dei quantitativi di droga sequestrati presso lo scalo calabrese. Nel 2020 sono stati recuperati ben 5 mila kg circa di cocaina e nel solo semestre in esame ne sono stati sequestrati oltre 7.500 chili.

Droga e soldi utili ad inquinare l’economia anche lontano dalla Calabria. “È evidente - si legge nella relazione della Dia - come le cosche siano molto abili ad adattarsi ai diversi contesti territoriali e sociali prediligendo, al di fuori dalle terre di origine, una strategia di sommersione che spesso prescinde dal controllo del territorio”.

Al di fuori della Calabria, per gli 007 di Maurizio Vallone, non vengono insediate solo le realtà economico-imprenditoriali ma “si cerca innanzitutto di creare insediamenti strutturati sul modello reggino dal quale partire per la massimizzazione dei profitti. Infatti, il riconoscimento identitario risalente agli albori della ‘ndrangheta non è stato mai abbandonato e sarebbe riduttivo relegarlo a mero fenomeno folkloristico”.

Per la Dia, poi, l’organizzazione criminale calabrese appare “coesa e stabile” grazie al senso di appartenenza che deriva dalle ritualità di affiliazione ed è ancorato al carattere parentale delle cosche. “Tali meccanismi - spiegano gli investigatori - costituiscono il legame che le consorterie ‘ndranghetiste di tutto il mondo mantengono con la casa madre reggina”.

Legata al territorio si, ma sempre pronta ad espandere le proprie mire verso le regioni più produttivi del Paese, verso quel Nord ricco in cui, come evidenziato da diverse importanti inchieste degli ultimi, le cosche calabresi hanno messo solide basi, replicando fuori delle aree di origine lo schema tipico delle organizzazioni calabresi. In totale sono emersi, infatti, 46 locali, di cui 25 in Lombardia, 16 in Piemonte, 3 in Liguria, 1 in Veneto, 1 in Valle d’Aosta ed 1 in Trentino Alto Adige (nella foto la mappa delle cosche al Nord tracciata dalla Dia).

Ma la ‘ndrangheta non ha messo radici solo in Nord Italia. Da anni boss e picciotti delle più importanti famiglie ‘ndranghetistiche sono in grado di “sfruttare le opportunità offerte dai differenti territori privilegiando l’insediamento in Stati che hanno adottato sistemi normativi con “maglie larghe” e che consentono una più agevole attività di reinvestimento dei capitali illeciti”.

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