Lunedì, 25 Ottobre 2021
Cronaca

Una nuova stagione del pentitismo mette a repentaglio le cosche

Gli uomini della Dia, guidati da Maurizio Vallone, hanno messo in risalto "l'ampio e pressoché inedito squarcio” che potrebbe aprirsi negli affari dei boss

“Ampio e pressoché inedito squarcio”, così viene definita dalla relazione della Direzione investigativa antimafia la nuova stagione del pentitismo calabrese, quello che gli 007 di Maurizio Vallone definiscono: “l’avvento sulla scena giudiziaria di un numero sempre più elevato di ‘ndranghetisti che decidono di collaborare con la giustizia”.

Uomini e donne d’onore, anche di primo piano della ‘ndrangheta, che “stretti dalla morsa sempre più incalzante dell’azione investigativa della magistratura e delle forze di polizia, con la prospettiva di lunghi anni di carcere, in alcuni casi anche a vita e in regime detentivo differenziato”, hanno scelto di rompere il silenzio.

Per dirla con le parole del procuratore capo di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri, “...le dichiarazioni dei collaboratori continuano ad essere una fonte di prova indispensabile, anzi insostituibile, pur se necessariamente associata ad altre fonti e mezzi di prova, specialmente le intercettazioni ambientali, essendo, il telefono, sempre più raramente usato come mezzo di comunicazione tra gli associati o gli interlocutori in affari illeciti. L’assoggettamento e l’omertà sono fattori fortemente radicati sul territorio, rappresentando le manifestazioni della presenza e del controllo mafiosi. Pur tuttavia fenomeni di collaborazione sono in chiaro aumento, a riprova di una vulnerabilità del sistema criminale ‘ndranghetista, quando l’azione dello Stato si manifesta sul territorio con costanza in tutte le direzioni, senza mantenere sacche d’impunità…”.

Collaborazioni importanti, determinanti per fare luce sugli affari più segreti e le geometrie più recondite di una "‘ndrangheta silente e più che mai pervicace nella sua vocazione affaristico imprenditoriale, nonché saldamente leader nei grandi traffici di droga”.

Di cosche che non hanno sofferto per la pandemia da Covid-19, anzi sono riuscite a far crescere i propri introiti, approfittando della crisi economica di tante aziende schiacciare dal Coronavirus e da una crisi interminabile.

Il brusco calo delle vendite registrato durante il lockdown ha sottoposto le aziende a “uno shock economico e finanziario rilevante”, con una crescita del ricorso ai prestiti per lo più da parte di imprese di piccole dimensioni e operanti nel settore dei servizi. Le misure restrittive “... hanno inciso particolarmente sull’attività di gran parte del commercio al dettaglio, di alberghi, bar e ristoranti, dei servizi ricreativi, culturali e personali e sui trasporti...”, di conseguenza la redditività delle aziende “...è nettamente diminuita, sia a causa della chiusura e del rallentamento delle attività produttive sia a seguito del calo della domanda. Più del 40 per cento delle aziende intervistate prevede di chiudere l’esercizio in perdita (era circa il 17 per cento nel 2019) ...”.

La criminalità organizzata calabrese persisterebbe nel tentativo di accreditarsi presso imprenditori in crisi di liquidità ponendosi quale interlocutore di prossimità, imponendo forme di sostegno finanziario e prospettando la salvaguardia della continuità aziendale, nel verosimile intento di subentrare negli asset proprietari e nelle governance aziendali al duplice scopo di riciclare le proprie disponibilità di illecita provenienza e inquinare l’economia legale impadronendosi di campi produttivi sempre più ampi. E ciò con ogni probabilità avverrà in ogni area del Paese in cui le consorterie ‘ndranghetiste si sono radicate.

Per gli investigatori della Dia “il pericolo più attuale è rappresentato dall’usura e dal conseguente accaparramento delle imprese in difficoltà, che, unito alla scarsa propensione delle vittime a denunciare, contribuisce alla sottostima e alla diffusione del fenomeno. Per altro verso, la minaccia da fronteggiare è la constatata capacità dei sodalizi calabresi di infiltrare i pubblici appalti avvalendosi di quell’area grigia che annovera al suo interno professionisti compiacenti e pubblici dipendenti infedeli”.

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